Turchia

L’Impero Ottomano

L’Impero Ottomano è così denominato in virtù di Osman, il suo primo fondatore, che a partire dai primi anni del 1300 avviò un primo allargamento territoriale a partire da una ristretta porzione del nord-ovest della Turchia.

L’espansione dell’impero continuò per circa 500 anni,  arrivando ad imporsi su gran parte del Medio Oriente, del Nord Africa e del sud-est dell’Europa per secoli.

L’impero, essendo ufficialmente uno stato islamico, diffuse la sua religione nel sud-est dell’Europa, tuttavia si mostrò sempre tollerante nei confronti degli altri gruppi religiosi.

Fu probabilmente l’ultimo grande Impero non europeo, fino a che prese avvio, alla metà del 1800, il suo processo di declino.

Crollò dopo la prima guerra mondiale ed ebbe il suo territorio definito nel Medio Oriente, separato dall’Occidente Europeo.

Impero Ottomano

IMPERO OTToMANO

Il primo nucleo del potere ottomano emerse dalla dissoluzione del dominio dei Selgiuchidi in Anatolia e dalla ritirata dei Mongoli dall’Iran. Non era l’unico centro di potere nella regione. Mancano fonti precise per la cronologia delle prime conquiste ottomane, ma intorno alla metà del 300 esse comprendevano, oltre a Bursa, anche Nicea, Adrianopoli e l’importante porto di Gallipoli.Sempre alla metà del Trecento, il crollo della potenza serba consentì la conquista della Tracia e del sud della Bulgaria. La sconfitta dei cavalieri europei a Nicopoli nel 1369 consolidò le conquiste europee. L’avventura di Tamerlano non lasciò tracce durature: Smirne tornò ottomana, Salonicco venne tolta ai bizantini e l’intera regione serba fu inglobata nel 1439.

Costantinopoli, a questa data, era dunque diventata poco più di un’enclave greca in territorio ottomano e l’assalto di Mehmet II il Conquistatore ,che condusse alla caduta della città (e alla fine dell’Impero romano d’oriente) nel 1453, fu solo l’epilogo di una sorta di assedio permanente che datava dalla fine del 300.

Mehmet II, Sultano dal 1451 al 1481, assoggettò il variegato mondo del Mar Nero e della penisola anatolica, rese la Crimea dei Tatari un principato dipendente, integrò nell’impero le colonie genovesi del mar Nero ,sottrasse la Morea a bizantini e “franchi” e l’Eubea a Venezia; assoggettò l’Albania e nel 1480 si spinse ad Otranto, preludio ,forse ,alla conquista dell’Italia meridionale che il suo successore, Bayezid II tuttavia accantonò, volgendosi al consolidamento dell’impero.

Costituito a partire dal solido dominio della Rumelia (cioè dei territori bizantini, bulgari,serbi e albanesi) e da lì esteso poi all’Anatolia, l’ Impero godeva di una vantaggiosa posizione di confine tra mondo bizantino e mondo musulmano che i Sultani seppero sfruttare anche attraverso il trasferimento ,nelle terre balcaniche, di tribù di pastori nomadi dell’Anatolia, inquadrate in strutture militari che le collegavano perciò all’organizzazione politico-militare dell’Impero.

Il cuore del sistema era il Timar, cioè l’assegnazione delle rendite fiscali di un terreno posto sotto l’amministrazione del sultano. Il timariota aveva l’obbligo di combattere a cavallo nelle campagne militari portando con sè un seguito di armati. Il timar non ha i caratteri del feudo europeo: il timariota non era legato da nessuna Commendatio ma era un servitore dello stato, come lo erano coloro che amministravano la giustizia, i cadì. Inoltre i timarioti venivano spesso spostati a prestare servizio in diversi luoghi dell’impero, il che impedì che si formassero delle aristocrazie locali.

Contrariamente a quanto accadeva nel medioevo europeo, tutti gli abitanti dell’Impero (esclusi gli schiavi) erano sudditi diretti del Sultano e potevano appellarsi ai suoi cadì. L’appartenenza all’apparato amministrativo e militare ottomano assicurava tuttavia privilegi e prestigio e far parte delle truppe del sultano costituiva una importante opportunità di avanzamento sociale: l’esempio più noto è il potentissimo corpo dei giannizzeri, mentre i soldati contadini ricevevano come compenso piccole tenute in Anatolia.

Gli alti gradi dell’amministrazione venivano formati nel Palazzo ma provenivano da ogni regione dell’Impero, in origine attraverso il sistema della  raccolta, come i giannizzeri. I più alti funzionari del Sultano erano i Visir, che si riunivano periodicamente. Il Consiglio imperiale (diwan) coadiuvava il Sultano ed emanava ordini in suo nome. Nell’impero vigevano due ordini di diritto: l’uno religioso (la sharia),l’altro fondato sulle ordinanze del Sultano (Kanun). Trattandosi di uno stato musulmano, in teoria il Kanun costituiva solo un’integrazione del diritto religioso ma in realtà il sultano conservò ampie competenze in materia di legislazione e i cadì nelle province spesso applicavano le norme consuetudinarie del luogo.

A partire da Solimano il Magnifico anche gli ulema vennero integrati nell’apparato statale e formati nelle città più importanti.
La struttura del potere imperiale che irradiava, a cerchi concentrici, dal Palazzo del Sultano, al Consiglio imperiale, ai governatori delle province (su cui gravava l’onere della difesa militare e della riscossione delle imposte che finanziavano l’intero sistema ), si conservò nella sostanza fino all’inizio del XVII secolo quando si verificò  una serie di rivolte militari in Anatolia,talvolta guidate dagli stessi visir o pascià, che minacciavano la compagine imperiale dall’interno.

L’azione energica del Gran visir  Koprulu e di suo figlio stroncò le rivolte; le conquiste militari ripresero fino a condurre l’impero alla sua massima estensione.

Tra XVII e XVIII secolo, dunque,il potere del Sultano si indebolì ma ciò non significò la crisi dell’Impero: emerse invece,con il nuovo protagonismo dei  Visir, una burocrazia statale che garantiva la continuità delle  funzioni pubbliche anche in assenza  di un Sultano  capace.

Nelle province i governatori tesero a dar vita a vere e proprie dinastie locali che tuttavia conciliavano una grande autonomia con un’indiscussa lealtà ottomana. Tale lealtà delle élite delle province (ma anche dei  sudditi comuni,a prescindere dall’appartenenza confessionale) cominciò a venir meno sul finire del XVIII secolo e apparve in tutta la sua portata disgregatrice nel XIX secolo con l’emergere dei nazionalismi balcanici in un contesto geopolitico mutato a vantaggio delle potenze europee e del tradizionale nemico russo.

ECONOMIA E SOCIETÀ NELL’IMPERO OTTOMANO

L’Impero ottomano era uno Stato islamico ma solo dopo le conquiste di Selim I (1512 – 1520), che comprendevano l’Egitto, la Siria e la regione della Mecca e Medina, i musulmani divennero la maggioranza dei sudditi dell’Impero e solo da quel momento ha senso parlare di minoranze non musulmane. Il Sultano si accollò il compito – prestigioso e costoso – di proteggere sul proprio territorio i pellegrini diretti alla Mecca, provenienti da tutto il mondo islamico. Forniva ad essi  scorte armate e pagava i beduini del deserto affinché consentissero il transito delle carovane.

Il ruolo di protettore dei luoghi santi e di difensore dell’Islam sunnita, proprio del Sultano, non impediva la coesistenza di molteplici minoranze etnico-confessionali. Ogni suddito non musulmano dell’impero (greco-ortodossi, armeni gregoriani, copti, ebrei erano le comunità più numerose) in età da lavoro doveva pagare una tassa  (la ciziye, un testatico che poteva essere riscosso cumulativamente per ogni millet) e si trovava per vari aspetti in condizioni di inferiorità giuridica, ma non ci furono mai conversioni forzate dal momento che la ciziye costituiva un introito importante per le casse dell’Impero, che erano alimentate, per la maggior parte, dal mondo contadino.

I contadini coltivavano il proprio podere e pagavano le imposte al timariota, talvolta anche in natura. Ancora nel XVI secolo si trattava di un’agricoltura dalle rese piuttosto basse, esposta ai rischi della siccità, più redditizia nelle zone costiere con le colture mediterranee  orientate al mercato della capitale.

La popolazione rurale crebbe,  nel corso del XVI sec.,anche per la progressiva sedentarizzazione dei nomadi, promossa dai sultani parallelamente alla crescita degli insediamenti, delle vie di comunicazione ,dei mercati e delle fiere dove si scambiavano prodotti provenienti da tutto l’ Impero.

La fase delle guerre civili in Anatolia tra  XVI e  XVII secolo ebbe come effetto la fuga dei contadini e l’arrivo di nuovi gruppi tribali. Anche nei loro confronti l’amministrazione ottomana promosse un processo di sedentarizzazione, non sempre coronato da successo, destinandoli ad un’area di confine tra Siria e Turchia con lo scopo di garantirsi entrate fiscali e difesa militare.

I dazi interni costituivano un’altra fonte per l’erario pubblico e i prodotti necessari al rifornimento dell’esercito e della flotta erano soggetti al divieto di esportazione. L’obiettivo principale dell’amministrazione ottomana rimase l’approvvigionamento del mercato cittadino e la tutela dei consumatori, pertanto  artigiani  e mercanti operavano in una condizione che non favoriva l’accumulazione di capitale.

Fino alla metà del XVIII sec. l’Impero rappresentò un’economia-mondo capace di contrapporsi con successo all’incorporazione nell’economia-mondo europea, pur geograficamente vicina: data la vastità del mercato interno, gli scambi con l’Europa non costituivano la voce più rilevante dell’economia imperiale e i traffici erano diretti piuttosto verso l’India. Tuttavia, tra XVII e XVIII secolo alcune regioni conobbero una fase florida  grazie alla produzione e commercializzazione dell’ olio e del cotone (Creta, Siria,Tunisia) ,ma anche  di tessuti di lana, seta, cotone (Bursa), esportati in Europa. La parziale incorporazione di queste aree nell’economia mondo europea non significò ancora l’avvio di un declino: solo a partire dagli anni settanta del XVIII secolo mercanti e produttori ottomani si ritrovarono a dipendere dalla domanda dei lontani mercati europei, sui quali non erano in grado di esercitare alcuna influenza.

TRA RIFORME E DECLINO

Nel corso del XIX secolo il sistema delle Capitolazioni, che garantiva alle potenze europee il diritto di proteggere le minoranze non mussulmane, favorì l’ingerenza straniera negli affari interni dell’impero e alimentò la diffusione delle nuove idee politiche derivanti dalla Rivoluzione francese presso le comunità cristiane ed ebraiche che facevano parte della multietnica popolazione, raggruppata in millet, governata dal Sultano.

L’indipendenza greca del 1829 inaugurò la progressiva perdita dei territori balcanici, mentre britannici e francesi si insinuavano nelle province del nord africa.

Per contrastare il declino dell’Impero nel confronto con l’Occidente (che si industrializzava, e si dotava di istituzioni politiche e apparati militari moderni), venne avviato un imponente processo riformatore,volto alla modernizzazione sulla base del modello occidentale.

La fase delle Riforme (Tanzimat) durò dal1826 al 1876 e investì dapprima gli apparati militari e burocratici, per rafforzare lo Stato contro le spinte centrifughe, ma riguardò anche l’istruzione con la creazione di scuole pubbliche e modificò gli assetti proprietari nelle campagne introducendo la proprietà privata della terra.

Il rinnovamento più importante fu l’introduzione della cittadinanza ottomana, cioè dell’uguaglianza giuridica di tutti i sudditi maschi, indipendentemente dal gruppo etnico-confessionale di appartenenza, che avrebbe dovuto trasformare davvero la società tradizionale e avviarla alla modernità, limitandone la portata disgregatrice.

Nei fatti, la separazione tra le comunità confessionali, non più garantite dal sistema del millet, divenne più rigida mentre i costi elevatissimi della modernizzazione dall’alto condussero l’impero alla bancarotta, tanto che il controllo delle finanze venne affidato alle potenze europee creditrici.

Nel 1876, su pressioni anglo–francesi, venne emanata la prima Costituzione, prontamente sospesa dal nuovo Sultano Abdulhamid II, che tornò a cercare la legittimazione nel suo ruolo di protettore dell’Islam.

Contro l’assolutismo di Abdulhamid apparve per la prima volta un nazionalismo turco che si organizzò nel Comitato Unione e Progresso, composto da diversi gruppi accomunati da una visione laica e dalla volontà di ristabilire la Costituzione del 1876.

Si tratta dei cosiddetti “giovani turchi” che nel 1908,con la loro rivolta, imposero la monarchia costituzionale e,un anno dopo,deposto Abdulhamid, sostituito da Mehmet V, assunsero la guida del governo organizzandosi come partito unico.

Di fronte alle minacce dei nazionalismi emergenti e alle crisi in politica estera (l’Italia occupò Tripoli nel 1911,nel 1912 iniziò la serie delle guerre balcaniche che ridussero la parte europea dell’Impero agli attuali confini della Turchia) l’originaria ispirazione liberale e “ottomana” venne abbandonata in favore di un regime dittatoriale e di un nazionalismo esasperato, diretto contro le minoranze (prima fra tutte quella armena).

Nel 1914 l’impero entrò nel primo conflitto mondiale schierandosi con gli imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria).

Si arrese il 30 ottobre 1918, firmando l’armistizio di Mudros che, in sostanza cancellava la Turchia ottomana,confinandola in un lembo dell’Anatolia.

Nella primavera del 1920 un gruppo di generali ottomani, tra cui Mustafa Kemal, e di esponenti del vecchio Parlamento si riunirono ad AnKara per dar vita ad un’entità statale nuova e indipendente che rifiutava di accettare le clausole di Mudros (e in seguito quelle di Sevres) sfidando apertamente le potenze occidentali e il Sultano che con esse si era accordato.

Nel contempo quel che restava dell’esercito ottomano sotto il comando dello stesso Kemal affrontò l’attacco della Grecia, sostenuta da inglesi e francesi,volto a cancellare del tutto l’ex impero.

La vittoria nella guerra greco-turca rese inapplicabile il trattato di Sèvres.

Il Trattato di Losanna del 1923 riconobbe la Turchia nei suoi attuali confini.

LA REPUBBLICA TURCA

Il 29 ottobre 1923 venne proclamata la repubblica, sotto la presidenza di Mustafa Kemal, indiscusso eroe della guerra di liberazione e leader del Partito del popolo, fondato allo scopo di guidare il popolo all’esercizio della sovranità.

Mustafa Kemal, poi chiamato Ataturk, resse le sorti della Turchia fino al 1938, anno della sua morte. La Repubblica kemalista si caratterizzò innanzitutto per un forte statalismo, volto a modernizzare la società, a creare il nuovo cittadino turco e a costruire uno Stato-nazione sul modello occidentale. La spaccatura nel movimento nazionalista tra moderati e radicali condusse nel 1925 all’affermazione di un regime a partito unico, il Partito Repubblicano del Popolo (CHP) di Ataturk, appunto.

La modernizzazione, sistematicamente perseguita ed imposta dall’alto, si tradusse in un intenso programma di riforme che spaziarono dall’abolizione del Califfato (1924) all’eliminazione dell’Islam come religione di Stato (1928); dall’introduzione del codice civile di stampo occidentale al diritto di voto alle donne (1934); dalla laicizzazione dell’insegnamento all’introduzione dei caratteri latini nella lingua turca.

In politica estera l’obiettivo perseguito negli anni venti e trenta fu il consolidamento della posizione internazionale della Turchia come Stato sovrano; nel 1932 essa entrò nella Società delle nazioni . Nel corso della seconda guerra mondiale si mantenne neutrale fino al febbraio del 1945, quando si schierò contro la Germania. Fu uno degli Stati fondatori dell’ONU.

Il nuovo scenario internazionale seguito alla guerra ebbe un impatto significativo anche in politica interna, sommandosi alle trasformazioni della società turca. Per facilitare l’inserimento della Turchia nel blocco occidentale e dare respiro ad un regime divenuto sempre più burocratico e repressivo, il successore di Kemal alla presidenza della Repubblica, Inonu, con il discorso parlamentare del 1 novembre 1945 in cui auspicava la creazione di un Partito di opposizione, aprì la strada all’introduzione del multipartitismo.

Le prime elezioni politiche libere si tennero nel 1950 e segnarono la vittoria del Partito Democratico (DP formatosi a partire dall’opposizione interna al CHP) che prometteva democratizzazione e liberalizzazione dell’economia. Il consenso popolare al governo Menderes, dopo una prima fase caratterizzata dalla crescita economica favorita dagli aiuti americani, venne meno a partire dal 1954 in concomitanza all’arresto della crescita. Di fronte alle critiche di importanti settori sociali che denunciavano una politica economica fatta di indebitamento, il governo mise in atto provvedimenti autoritari e repressivi contro le opposizioni, appellandosi ,di volta in volta,  ad argomenti nazionalistici, religiosi, anticomunisti e chiedendo l’intervento dell’esercito per reprimere le manifestazioni di protesta, specie studentesche, che non si placavano.

La linea politica di Menderes, che smantellava l’eredità di Ataturk, non era ben vista dall’esercito. Il 27 maggio 1960 i militari attuarono un colpo di Stato e annunciarono alla radio che l’esercito aveva preso il controllo con il solo scopo di ricondurre la vita politica turca nell’alveo dei principi kemalisti. Nell’ottobre del 1961 i militari riconsegnarono il potere ai civili, dopo aver promosso l’approvazione di una nuova Costituzione che garantiva il pluralismo politico, i diritti individuali e ribadiva il laicismo. Le forze armate turche si attribuivano così il ruolo di custodi della Repubblica, identificata con l’eredità di Ataturk.

Il nuovo corso della vita repubblicana, dapprima segnato da instabili coalizioni, dal 1965 vide prevalere una nuova forza politica, il Partito della Giustizia (AP), espressione del mondo rurale e delle province e non più delle élite urbane o militari come il CHP. Esso si impegnò a favorire lo sviluppo del paese, conservando l’impianto di un’economia mista.

In quegli anni la Turchia conobbe una forte crescita demografica che alimentava l’esodo dalle campagne verso le città e generava nuovi problemi sociali. Emersero nuove formazioni politiche di ispirazione marxista ed altre ad esse frontalmente contrapposte mentre le difficoltà economiche inasprivano lo scontro sociale. Intanto si consolidavano le relazioni con gli Stati Uniti e si avviò una politica di avvicinamento all’Europa.

Negli anni settanta, che si aprirono con un nuovo colpo di Stato, sullo sfondo di un’emergenza economica  (legata all’aumento del prezzo del petrolio) che alimentava la violenza, il paese fu segnato da un’esasperata conflittualità politica cui i militari posero fine con un terzo colpo di Stato il 12 settembre 1980. Seguì una repressione durissima e la nuova Costituzione limitò i diritti civili e ridusse la democrazia parlamentare.

Il ritorno al governo civile, nel 1983, vide la vittoria elettorale dei Partito della Madrepatria (ANAP) , uno dei tre soli partiti ammessi alla tornata elettorale, espressione della destra liberale d’ispirazione reaganiana.   Ozal, alla guida del Partito e del governo, inaugurò un decennio di liberalizzazioni indiscriminate. Il terremoto sociale che ne conseguì fece da sfondo al declino delle forze progressiste e all’avanzata sotterranea dell’Islam politico.

Le elezioni politiche del dicembre 1995 videro per la prima volta la vittoria di un partito islamico, il Partito Islamico del Benessere (RP), che ottenne il 21,4% dei voti, risultando così il partito di maggioranza relativa. Al suo leader, Erbakan, fu affidata la guida di un governo di coalizione. Per i militari si trattava di un esplicito tradimento dei principi laici della Repubblica ;  non intervennero in prima persona ma esercitarono  una pressione costante su più fronti per far cadere  Erbakan e il suo governo e sostituirlo con una nuova coalizione, fatto che puntualmente avvenne il 28 febbraio 1997.  L’anno seguente la Corte costituzionale decretò lo scioglimento del RP in quanto anticostituzionale e Erbakan venne escluso dalla vita politica per 5 anni.

Nel 2002 un nuovo partito islamico, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) vinse le elezioni politiche: questa volta alcuni emendamenti alla Costituzione permisero al suo leader Erdogan (già esponente del disciolto RP ) di diventare  primo ministro, di fatto avviandosi a ricoprire il ruolo guida che conserva  tuttora.

Il 29 ottobre 1923 venne proclamata la repubblica, sotto la presidenza di Mustafa Kemal, indiscusso eroe della guerra di liberazione e leader del Partito del popolo, fondato allo scopo di guidare il popolo all’esercizio della sovranità.

Mustafa Kemal, poi chiamato Ataturk, resse le sorti della Turchia fino al 1938, anno della sua morte. La Repubblica kemalista si caratterizzò innanzitutto per un forte statalismo, volto a modernizzare la società, a creare il nuovo cittadino turco e a costruire uno Stato-nazione sul modello occidentale. La spaccatura nel movimento nazionalista tra moderati e radicali condusse nel 1925 all’affermazione di un regime a partito unico, il Partito Repubblicano del Popolo (CHP) di Ataturk, appunto.

La modernizzazione, sistematicamente perseguita ed imposta dall’alto, si tradusse in un intenso programma di riforme che spaziarono dall’abolizione del Califfato (1924) all’eliminazione dell’Islam come religione di Stato (1928); dall’introduzione del codice civile di stampo occidentale al diritto di voto alle donne (1934); dalla laicizzazione dell’insegnamento all’introduzione dei caratteri latini nella lingua turca.

In politica estera l’obiettivo perseguito negli anni venti e trenta fu il consolidamento della posizione internazionale della Turchia come Stato sovrano; nel 1932 essa entrò nella Società delle nazioni . Nel corso della seconda guerra mondiale si mantenne neutrale fino al febbraio del 1945, quando si schierò contro la Germania. Fu uno degli Stati fondatori dell’ONU.

Il nuovo scenario internazionale seguito alla guerra ebbe un impatto significativo anche in politica interna, sommandosi alle trasformazioni della società turca. Per facilitare l’inserimento della Turchia nel blocco occidentale e dare respiro ad un regime divenuto sempre più burocratico e repressivo, il successore di Kemal alla presidenza della Repubblica, Inonu, con il discorso parlamentare del 1 novembre 1945 in cui auspicava la creazione di un Partito di opposizione, aprì la strada all’introduzione del multipartitismo.

Le prime elezioni politiche libere si tennero nel 1950 e segnarono la vittoria del Partito Democratico (DP formatosi a partire dall’opposizione interna al CHP) che prometteva democratizzazione e liberalizzazione dell’economia. Il consenso popolare al governo Menderes, dopo una prima fase caratterizzata dalla crescita economica favorita dagli aiuti americani, venne meno a partire dal 1954 in concomitanza all’arresto della crescita. Di fronte alle critiche di importanti settori sociali che denunciavano una politica economica fatta di indebitamento, il governo mise in atto provvedimenti autoritari e repressivi contro le opposizioni, appellandosi ,di volta in volta,  ad argomenti nazionalistici, religiosi, anticomunisti e chiedendo l’intervento dell’esercito per reprimere le manifestazioni di protesta, specie studentesche, che non si placavano.

La linea politica di Menderes, che smantellava l’eredità di Ataturk, non era ben vista dall’esercito. Il 27 maggio 1960 i militari attuarono un colpo di Stato e annunciarono alla radio che l’esercito aveva preso il controllo con il solo scopo di ricondurre la vita politica turca nell’alveo dei principi kemalisti. Nell’ottobre del 1961 i militari riconsegnarono il potere ai civili, dopo aver promosso l’approvazione di una nuova Costituzione che garantiva il pluralismo politico, i diritti individuali e ribadiva il laicismo. Le forze armate turche si attribuivano così il ruolo di custodi della Repubblica, identificata con l’eredità di Ataturk.

Il nuovo corso della vita repubblicana, dapprima segnato da instabili coalizioni, dal 1965 vide prevalere una nuova forza politica, il Partito della Giustizia (AP), espressione del mondo rurale e delle province e non più delle élite urbane o militari come il CHP. Esso si impegnò a favorire lo sviluppo del paese, conservando l’impianto di un’economia mista.

In quegli anni la Turchia conobbe una forte crescita demografica che alimentava l’esodo dalle campagne verso le città e generava nuovi problemi sociali. Emersero nuove formazioni politiche di ispirazione marxista ed altre ad esse frontalmente contrapposte mentre le difficoltà economiche inasprivano lo scontro sociale. Intanto si consolidavano le relazioni con gli Stati Uniti e si avviò una politica di avvicinamento all’Europa.

Negli anni settanta, che si aprirono con un nuovo colpo di Stato, sullo sfondo di un’emergenza economica  (legata all’aumento del prezzo del petrolio) che alimentava la violenza, il paese fu segnato da un’esasperata conflittualità politica cui i militari posero fine con un terzo colpo di Stato il 12 settembre 1980. Seguì una repressione durissima e la nuova Costituzione limitò i diritti civili e ridusse la democrazia parlamentare.

Il ritorno al governo civile, nel 1983, vide la vittoria elettorale dei Partito della Madrepatria (ANAP) , uno dei tre soli partiti ammessi alla tornata elettorale, espressione della destra liberale d’ispirazione reaganiana.  Ozal, alla guida del Partito e del governo, inaugurò un decennio di liberalizzazioni indiscriminate. Il terremoto sociale che ne conseguì fece da sfondo al declino delle forze progressiste e all’avanzata sotterranea dell’Islam politico.

Le elezioni politiche del dicembre 1995 videro per la prima volta la vittoria di un partito islamico, il Partito Islamico del Benessere (RP), che ottenne il 21,4% dei voti, risultando così il partito di maggioranza relativa. Al suo leader, Erbakan, fu affidata la guida di un governo di coalizione. Per i militari si trattava di un esplicito tradimento dei principi laici della Repubblica;  non intervennero in prima persona ma esercitarono  una pressione costante su più fronti per far cadere  Erbakan e il suo governo e sostituirlo con una nuova coalizione, fatto che puntualmente avvenne il 28 febbraio 1997.  L’anno seguente la Corte costituzionale decretò lo scioglimento del RP in quanto anticostituzionale e Erbakan venne escluso dalla vita politica per 5 anni.

Nel 2002 un nuovo partito islamico, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) vinse le elezioni politiche: questa volta alcuni emendamenti alla Costituzione permisero al suo leader Erdogan (già esponente del disciolto RP) di diventare primo ministro. Si apriva così una nuova fase politica tuttora in corso.