Siria

SIRIA


IL MANDATO FRANCESE

In seguito all’uscita della Siria dall’Impero Ottomano in piena disgregazione (1918), vengono applicati anche in quest’area geografica gli accordi segreti Sykes-Pikot stipulati nel 1916 tra Regno Unito e Francia, la quale diviene potenza mandataria in Siria, malgrado l’ostilità della popolazione locale.

Furono tracciati nuovi confini, secondo gli interessi delle potenze europee, che determinarono la mutilazione della “Grande Siria”. In precedenza con il termine “Grande Siria” si definiva una zona ben più vasta rispetto a quella della Siria attuale, da cui in quel momento vengono separati Libano, Provincia di Gerusalemme e Palestina. Per un ventennio, a partire dal 1920, il funzionamento dell’intero apparato politico siriano sarà subordinato al placet francese, sebbene ufficialmente il fine del mandato, conferito ufficialmente alla Francia dalla Società delle Nazioni il 24 luglio 1922, sia quello di “provvedere la Siria di uno statuto organico e di salvaguardarne le autonomie locali”, trasferendo alla potenza mandataria, in teoria, solo il controllo della politica estera.

LA SISTEMAZIONE DEL MEDIO ORIENTE

La Francia si sentì investita di una missione storica, religiosa e culturale ma di fatto la politica francese si rivela di stampo semicolonialista, sorretta da governi siriani fantoccio, dall’élite siriana tradizionale e da funzionari francesi mediocri. Tali intenti, ben sono espressi dal generale delle truppe francesi del Levante, Gouraud, che nel 1919, afferma: “Noi veniamo come discendenti dei crociati”.

L’amministrazione della Siria fu retta da una serie di commissari francesi che detenevano tutti i poteri. Non tarda in Siria la diffusione di primi tentativi di emancipazione, accompagnati da sentimenti nazionalisti, a cui la Francia risponde di primo acchito con la politica del “divide et impera”, atomizzando e in tal modo neutralizzando le istanze indipendentiste dei vari gruppi etnici e religiosi presenti, attraverso la divisione del territorio siriano in quattro ulteriori stati: Siria vera e propria con capitale Damasco e il sangiaccato autonomo di Alessandretta, stato degli alawiti (governatorato autonomo di Latakia), stato (governatorato) del Gebel Druso, stato del Grande Libano (dal 1926 repubblica libanese). Nel 1925 il malcontento si accentua: nasce il Partito del Popolo Siriano, nazionalista e indipendentista, che poi diverrà il Blocco Nazionalista, appoggiato principalmente dalla classe medio-alta; scoppia nel Gebel Druso contro le ingerenze amministrative una violenta rivolta, che viene repressa ma che provoca un ammorbidimento delle politiche francesi, nella misura in cui la lotta drusa perde progressivamente il suo carattere locale e diviene bandiera di un interesse nazionale. Il risentimento cresce, nel 1936 il Blocco Nazionalista assume il potere e tenta il dialogo con la Francia in merito all’indipendenza, aperto in un primo momento da Leon Blum ma subito richiuso dai governi francesi successivi.

Poco prima del secondo conflitto mondiale la Francia esacerba l’ostilità siriana dopo la cessione del sangiaccato di Alessandretta, violando le regole del mandato, alla Turchia, per garantirsi la neutralità di quest’ultima in caso di guerra. Dopo una serie di dinamiche legate al corso generale del conflitto mondiale e una generale insurrezione armata contro i presidi francesi nel 1945, la situazione siriana sembra stabilizzarsi e allo stato, il 17 aprile del 1946, viene riconosciuta l’indipendenza.

L’INDIPENDENZA e IL BA’TH AL POTERE

Nel 1946 la Siria diviene stato indipendente, nasce come repubblica parlamentare democratica. Ma di fatto, quanto si verifica è il passaggio del potere dalle mani dei funzionari francesi a quelle dei proprietari terrieri e della classe mercantile locale, producendo corruzione, nepotismo e il radicamento di gruppi familistici in Parlamento. Il tratto distintivo della politica siriana per un ventennio risulta essere l’instabilità e con essa il susseguirsi di una notevole serie di colpi di Stato. Merita menzione la partecipazione della Siria alla Repubblica Araba Unita (RAU), con a capo il colonnello Nasser, che  dal 1958 al 1961 riesce a tenere sotto la sua egida Egitto e Siria, ma le difficoltà  dell’integrazione sorte per le misure economiche decise da Nasser determinano un aggravarsi della crisi economica e la fine dell’esperienza.  Poco dopo, nel 1963, la politica siriana giunge a un punto di svolta: quello che si può definire come l’ancien régime viene rovesciato da un gruppo di giovani ufficiali di idee panarabiste e socialiste, in maggioranza appartenenti a quel Partito che il medesimo anno, poco prima, sale al potere anche in Iraq: il Ba’th. Il Partito del Ba’th, ovvero il Partito della Resurrezione araba nasce a Damasco nel 1947 e riunisce al suo interno sia sunniti, sia greco-ortodossi, sia alawiti, sia drusi. Si considera un partito arabo “universale”, panarabo appunto, aspetto che ben viene racchiuso in uno dei suoi motti: “Una sola nazione araba avente una missione eterna”, missione che prevede l’indipendenza e la libertà, dunque, l’emancipazione dei singoli popoli arabi, ma che si può realizzare solo attraverso l’unione e la comunione delle risorse umane e materiali per difendere tali prerogative, in uno spirito che si racchiude in un altro motto del Partito, ovvero “unità, libertà e socialismo”. Esso si propone la lotta contro il colonialismo esterno e le istanze reazionarie interne, in difesa di un altro principio costitutivo della visione politica bathista: “La ricchezza economica è proprietà della nazione, lo sfruttamento altrui è vietato, la proprietà agricola è limitata e sotto il controllo dello stato”. Sale al potere grazie ai militari, dunque da essi dipenderanno le sue sorti, di fatto in misura sempre maggiore. Viene attuata la riforma agraria e la nazionalizzazione di numerose aziende commerciali e industriali; ha inizio un processo di redistribuzione del reddito nazionale, di crescita dell’apparato burocratico, come della popolazione urbana. Viene avviata una campagna di  alfabetizzazione, attraverso l’introduzione dell’obbligatorietà della scuola elementare (sei anni) , ma la situazione interna al Partito è tutt’altro che idilliaca: si profilano due fazioni, una più moderata, fedele al panarabismo iniziale, appoggiata dai padri fondatori al-Bitar e ‘Aflaq, una di ispirazione più marcatamente marxista, filosovietica e avente il radicamento in Siria come priorità; è questa seconda fazione che nel 1966 si impone con un colpo di stato, il tredicesimo in diciassette anni, che vede una nuova classe dirigente ottenere il controllo del Partito e dello stato. I protagonisti sono Jadid, al-Atasi e Hafiz al-Assad, il quale dopo altri quattro anni segnati dalla conflittualità con l’ala moderata sopravvissuta al colpo di stato del ’66, si afferma come leader dominante del Partito e dello stato, e rimarrà tale per un trentennio.

HAFIZ AL-ASAD

Hafiz al-Assad diviene Ministro della Difesa e acquista notevole influenza nel governo. Nel 1970 Assad diviene primo ministro e segretario generale del Ba’th. Intraprende il «movimento di risanamento» in tutti i settori della vita siriana e una politica estera di apertura per superare l’isolamento del Paese, appoggiandosi all’esercito e ai servizi di sicurezza. Egli, nei cinquantanove anni di indipendenza del Paese, rimane il leader per un trentennio; in questo tempo la Siria si trasforma da uno stato debole a uno dei maggiori Stati della regione del Vicino Oriente. Egli mantenne una relativa stabilità interna, malgrado il persistere delle difficoltà economiche e delle tensioni nella regione. La stabilizzazione si regge sui tre pilastri dell’esercito, del partito Ba’th e della funzione centrale dello  stato (amministrazione, imprese statali, sindacati).

Nel 1971 fa approvare un emendamento alla costituzione che autorizza l’elezione a suffragio universale del presidente della repubblica per un periodo di 7 anni. Egli viene eletto e il mandato verrà via via rinnovato fino alla sua morte.

Nel 1973 promulga una costituzione ritagliata su misura per assicurarsi il potere, nel frattempo continua a ricoprire anche il ruolo di comandante supremo delle forze armate. La costituzione prevede inoltre che il parlamento, eletto ogni 4 anni, condivida le funzioni legislative con il presidente (maggioranza assoluta del Ba’th). Nella nuova costituzione Assad voleva separare stato e religione, eliminare la clausola che il capo dello stato doveva essere di fede musulmana e l’aderenza dello stato all’islam.

Hafiz al-Assad costruisce un regime autoritario, con un sistema di sicurezza basato su: servizi segreti (Mukhâbarât), nuove unità pretoriane (Forze Speciali e Compagnie per la difesa della rivoluzione) e Guardia presidenziale; ma accanto a ciò porta avanti un regime di forte tolleranza religiosa.

Migliora la situazione economica del Paese grazie ad una politica riformista tesa anche ad una moderata liberalizzazione e ad una riduzione del peso del settore statale.

Cerca di assicurare in tutti i modi una preminenza amministrativa e politica alla  minoranza alawita della quale egli stesso fa parte.

IL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO

Con la risoluzione Onu n. 181 del 29 novembre 1947 la Palestina viene spartita in modo da creare uno stato ebraico, sulla base delle istanze sioniste degli ultimi anni, progetto che trova l’opposizione oltre che degli arabi palestinesi, anche dei politici siriani, sia arabi che ebrei. Wadih Mizrahi, parlamentare siriano ebreo, si pronuncia così: “Noi consideriamo il sionismo come un movimento politico dei paesi dell’occidente che hanno un obiettivo completamente diverso dalle confessioni religiose, senza alcun rapporto con la lingua, i costumi o la morale degli ebrei che vivono nei paesi arabi”.

La creazione del nuovo stato è da considerarsi come una delle principali cause della radicalizzazione del nazionalismo arabo non solo siriano.

All’indomani della dichiarazione di indipendenza di Israele, il 15 maggio 1948, si apre la serie delle guerre arabo-israeliane. La vittoria israeliana nella guerra dei sei giorni sottrae alla Siria l’Altipiano del Golan, ricco d’acqua. La riconquista del Golan diventerà un obiettivo prioritario per i siriani e causa permanente di tensione con Israele.

L’intervento dell’Onu pone fine al conflitto scoppiato nel ’67, ma Israele si rifiuta di restituire i territori occupati nonostante la risoluzione 242 del consiglio di sicurezza dell’Onu che impone il ritiro. Dopo una parziale restituzione del Golan nel 1974 voluta da USA e URSS, il parlamento israeliano, la Knesset, decide di nuovo di annettere il Golan a Israele, posizione poi rivalutata.

Il conflitto comunque continua. Nel 1996 Benjamin Netanyahu riconferma la posizione della Knesset, dicendosi disponibile a trattare per la pace con la Siria ma non per la restituzione dell’altipiano. La pace effettiva non è ancora stata concordata.

I RAPPORTI INTERNAZIONALI PIU’ RILEVANTI

L’alleanza con l’Unione Sovietica è stata essenziale per lo sviluppo della Siria, che comunque mai volle diventare uno stato satellite. Nel 1966 l’URSS si rende disponibile a costruire una diga sull’Eufrate e ha sempre fornito cospicue quantità di armamenti.
Durante il conflitto arabo-israeliano gli USA accusano la Siria di appoggio occulto a gruppi massimalisti palestinesi e complicità dei servizi segreti in azioni violente.

La Siria viene poi inserita nella lista di Stati Canaglia dopo l’11 Settembre, nonostante il governo siriano abbia condannato gli attacchi suicidi. Ad oggi le relazioni non sono mutate in maniera rilevante.

I RAPPORTI CON TURCHIA E IRAN

La diffidenza storica tra Siria e Turchia è stata esacerbata nel passato dalle tensioni tra il blocco orientale e quello occidentale. La Siria ba’thista e l’Iran di Khomeyni sono stati definiti la «strana coppia».
La lotta siriana contro l’Impero Ottomano è considerata dai turchi una pugnalata alla schiena.

Con la cessione nel 1939 del sangiaccato di Alessandretta alla Turchia da parte dei francesi, i rapporti peggiorano ancora. Dagli anni ‘50 l’opposizione è in prevalenza ideologica. Negli anni ‘80 sorge la questione idrica sul controllo delle acque dell’Eufrate, che provoca un contrasto tuttora irrisolto, anche se mitigato da accordi presi negli anni Duemila con Erdogan.
I due Stati sono stati scherzosamente definiti “la strana coppia”, essendo la Siria rimasta per lungo tempo nell’orbita socialista mentre l’Iran una teocrazia islamica panislamista.

La Siria ha potuto contare quasi esclusivamente sull’Iran sul piano regionale in termini di collaborazione militare. L’alleanza comunque è stata creata per ragioni difensive.

Asimmetria di importanza strategica per l’Iran, di interesse tattico per la Siria. Le questioni ideologiche sono state accantonate.

LA SITUAZIONE SIRIANA AL 2005

La Siria è indipendente da 60 anni, il Ba’th è al potere da oltre 40. Si è sempre considerata “il cuore dell’arabismo”, il centro del nazionalismo arabo e della lotta al sionismo, come pure la culla del sentimento indipendentista.

La sua vulnerabilità risiede nel fatto che è alla confluenza dei problemi del mondo arabo di tipo economico, geopolitico e religioso.

Nei primi anni Duemila il contesto è mutato: la Siria è pressoché isolata e inizia ad aggirarsi il timore che essa possa divenire il capro espiatorio dei problemi statunitensi in Iraq e degli israeliani con i palestinesi.

Ma i Siriani si dimostrano determinati a proseguire con le loro politiche; inevitabilmente però iniziano a manifestarsi segni di iniziative indipendentiste.

LA SITUAZIONE SIRIANA DAL 2006 AL 2010

Nel 2006 Bashar al-Assad sale al potere per successione ereditaria e cerca di trovare una soluzione ai gravosi problemi economico-sociali del Paese (corruzione e siccità in particolare), supportato da alleanze poco consolidate, fatta eccezione per Iran e Russia.

La popolazione aumenta in proporzioni superiori al previsto e i ritmi di evoluzione delle comunità etnico-religiose differiscono in modo significativo. Emergono i limiti della ridistribuzione dei beni e dei servizi in uno stato che si dichiara “socialista”, con risorse limitate ed emerge l’incapacità di dare risposta alle necessità di una popolazione che incrementa numericamente.

Nazionalismo e alto aumento demografico, in questo periodo, vanno a braccetto.

Il governo intraprende un programma di riforme per rivitalizzare l’economia e, nel 2006, approva un piano quinquennale di sviluppo, che prevede la liberalizzazione dei mercati degli investimenti e l’introduzione di nuove misure fiscali, tra cui l’imposta sul valore aggiunto (IVA).

Nel giugno 2006, durante un congresso con il partito baathista Bashar al-Asad annuncia la volontà di portare avanti riforme dare una svolta alla burocrazia e alla modalità delle stesse elezioni amministrative. Si muove verso un multipartitismo.

L’attuazione delle riforme viene, però, ostacolata dalle direttive in materia di politica estera.
Nel 2007 si verifica l’assassinio del primo ministro libanse Rafiq al-Hariri che fa scattare l’embargo statunitense nei confronti della Banca siriana e fa rinviare l’applicazione degli accordi presi con l’Unione Europea.

A questa situazione tesa, si somma l’invasione israeliana del Libano, a seguito della quale all’incirca 200.000 libanesi si rifugiano in Siria e si aggiungono a 1 milione di profughi iracheni, già presenti nel territorio.
Alle elezioni legislative del 22 Aprile 2007 Bashar al-Asad si presenta come unico candidato e viene rieletto alla carica settennale di presidente della repubblica; anche il potere del Bath viene riconfermato.

Bashar al-Asad si presenta pubblicamente come riformista, affermando di voler concedere i diritti civili ai 300.000 curdi che hanno dal 1962 la cittadinanza siriana e voler abbandonare il sistema centralizzato; ma in realtà nella vita reale è tutt’altro. Vengono intensificate le misure repressive, in particolare contro i firmatari della dichiarazione Beirut-Damasco, accusati di indebolire il sentimento nazionale.

Aumenta la disoccupazione, nonché il divario tra ricchi e poveri; la diminuzione della produzione petrolifera siriana determina inoltre il blocco dei sussidi statali per i beni di prima necessità (carburante e elettricità).Il forte aumento dei prezzi conduce a una caduta dei consumi e all’incremento del contrabbando.

Il regime cerca di fornire al Paese un’apertura internazionale e di ottenere investimenti stranieri anche di sostegno dello sviluppo.
Nel 2008, in piena crisi politica interna, alcune figure vicine ad Asad vengono uccise, nello stesso anno si verifica una rivolta in una prigione militare,repressa con la violenza tramite l’uccisione di decine di carcerati, ed esplode un’autobomba a Damasco, che porta alla morte di 17 persone.

Rimane alta la tensione con la comunità curda, malgrado le promesse Asad, infatti, non concede la cittadinanza ai 300.000 curdi privi di carta d’identità e inizia a far incarcerare i leader del partito curdo con l’accusa di indebolire il sentimento nazionale.

Prosegue e aumenta nel 2010 la repressione interna molto violenta contro gli attivisti, tramite lo stretto controllo da parte del governo sui mezzi informatici, uso della tortura sistematica e dell’assassinio politico.
la recessione economica mondiale del 2008-2009 ha il suo impatto anche in Siria nel 2010 sotto forma di una grave crisi economica, dovuta soprattutto al calo del raccolto agricolo (ricordiamo che l’agricoltura è la principale attività economica del Paese.

Si verifica un aumento di 3 milioni di siriani sotto la soglia di povertà, accompagnato da una forte disoccupazione giovanile, un crollo del turismo e degli investimenti.

La difficile situazione interna viene aggravata dalla politica di isolamento della Siria perseguita dall’amministrazione statunitense, prima di Bush e poi di Obama, che conduce all’imposizione di sanzioni economiche ai siriani, accusati di aiutare i ribelli in Iraq o di essere corrotti.

Nel 2010 gli Usa applicano le sanzioni contro la Siria affermando ch’essa appoggia gruppi terroristici e si fornisce di armi di distruzione di massa, violando le risoluzioni ONU. Anche l’UE interrompe i sussidi.

LA GUERRA CIVILE (2011-2012)

A causa dell’aumento delle repressioni portate avanti dal governo, che si fanno sempre più violente, nel 2011 a DA’R si verificano delle manifestazioni di protesta e due studenti vengono torturati e uccisi per aver fatto dei graffiti con messaggi antigovernativi.
Si generano delle proteste molto forti che richiedono il rilascio dei prigionieri politici, a cui consegue una violenta repressione ad opera della polizia e dell’esercito.

Le manifestazioni di protesta si diffondo in tutto il Paese malgrado la brutale repressione attuata.

Le forze armate siriane contano su numeri ingenti di soldati e uomini dell’esercito nonché sulle forniture e i consiglieri militari russi.
Viene dato fuoco alla sede del Ba’th.
La rivoluzione inizia ad assumere carattere islamico, a causa dell’assenza di luoghi della società civile: spesso nasce nelle moschee e porta alla formazione di un modello ciclico (discussione delle idee rivoluzionarie nella moschea, protesta che prende luogo al venerdì dalla quale escono delle vittime, che vengono riportate puntualmente in moschea per il funerale).

Asad forma un nuovo governo e abbandona la politica di riforme, l’uso del velo islamico, vietato nel 2010, viene ripristinato.
Il governo afferma che bande straniere e forze armate sono a capo dei ribelli e accusa gli islamici e le forze coloniali straniere di voler destabilizzare il Paese.

I ribelli sostengono che il governo agisce con l’auxilium di truppe mercenarie e con mezzi provocatori. Ai giornalisti stranieri viene vietato di essere presenti nei campi di combattimento ma i manifestanti mettono sulla rete foto dei soldati che sparano sui civili inermi.
Il movimento di rivolta aumenta, ma è del tutto incapace di sottostare ad una sola forza e di sviluppare un progetto politico comune.

Dunque, si formano due fronti rivoluzionari: Esercito siriano libero, formato da disertori che combattono il regime, e Consiglio nazionale siriano (appoggiato dai paesi arabi e dalla Turchia).

Tutti temono che la destabilizzazione della Siria possa aprire altri fronti di conflitto nella regione, e che il caos possa così diffondersi oltre i confini.Per tale ragione gli stati occidentali sono stati molto cauti nel condannare Asad e hanno evitato un intervento militare diretto come in Libia.
Gli Stati Uniti aumentano le sanzioni economiche nel Paese e se ne lavano completamente le mani. Il Consiglio sicurezza delle Nazioni Unite, nonché l’ONU falliscono nei loro tentativi di cercare una “risoluzione” al conflitto e anche le risposte dei paesi arabi sono deboli e spesso discordanti.
Il regime inizia a servirsi dell’uso di bombe a grappolo gettate nei quartieri in mano agli invasori.

Prende avvio da qui il movimento della PRIMAVERA ARABA, che si pone come obiettivi primari il raggiungimento della democrazia e l’affermazione della dignità individuale; da essa emergono nuovi elementi: ribellione epocale, richiesta di giovanile rinnovamento, esigenza di onestà e trasparenza e lotta alla corruzione.

 SIRIA ETNO-RELIGIOSA