Popoli, Nazioni, Stati

La dissoluzione dell’Impero ottomano e la nascita degli Stati del Medio Oriente

Dopo la dissoluzione dell’Impero ottomano, tra Mandati, protettorati e colonie lungo la costa settentrionale dell’Africa (il Maghreb) e nel Crescente fertile, il Medio Oriente era diventato un vero e proprio lago europeo; solo sei Stati potevano vantare un’origine non coloniale: la Turchia, la Persia-Iran, Israele, l’Arabia Saudita, lo Yemen del Nord e l’Afghanistan.

Cosa altrettanto importante, diversi popoli e/o comunità confessionali si ritrovarono segmentati e divisi dai nuovi confini imposti dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale. Due in particolare: gli armeni, già oggetto di un vero e proprio genocidio nel corso del conflitto e i curdi. […] al vertice di Losanna del 1923 la comunità internazionale disattese completamente le promesse fatte a Sèvres, consegnando il futuro delle comunità curde in Turchia, Iran e Siria a lotte sanguinose per l’autonomia e financo per l’Indipendenza. Tutto questo perché fin dall’inizio in Medio Oriente si sono avuti pochi Stati e troppi popoli con aspirazioni all’autodeterminazione.

Se vogliamo capire le caratteristiche dello sviluppo politico del Medio Oriente dobbiamo sottolineare le peculiarità della forma Stato che è nata insieme al nuovo assetto della regione. Tali peculiarità – viste in una prospettiva storica – sono sostanzialmente:

  1. l’origine occidentale della forma Stato. Nel momento stesso in cui sono stati creati, gli Stati mediorientali sono stati concepiti sul modello Stato-nazione di matrice europea e come tale imposti dalle potenze coloniali. Questo ha prodotto l’identificazione dello Stato come istituzione estranea alla cultura locale, non ha creato cioè quell’identificazione tra Stato e nazione che è stata il presupposto della nascita degli Stati europei;
  2. d’altra parte negli Stati mediorientali non esistevano nemmeno le nazioni intese in senso europeo. Come abbiamo già sottolineato ogni Stato accoglieva in sé un mosaico di comunità etnico-confessionali, la cui pacifica convivenza poteva essere garantita solo da un sistema costituzionale di pesi e contrappesi e di garanzie dei diritti individuali realizzatosi in Europa nella forma della liberal-democrazia. Anche quando diventarono indipendenti dalle potenze mandatarie o coloniali, nella stragrande maggioranza gli Stati mediorientali non si sono trasformati in democrazie;
  3. tutto questo non significa che l’imposizione-importazione della forma Stato dall’Europa non abbia avuto successo. In Medio Oriente anzi la forma Stato si è progressivamente rafforzata ma solo nella sua funzione di rappresentanza dei bisogni e delle aspirazioni della popolazione. Per questo fenomeno è stato coniato un termine ad hoc, ovvero over-stating, per cui lo Stato è diventato il signore della politica, l’unico vero centro del potere, incontrastato: bastava soltanto impadronirsene con la forza. Ed è con la forza e una catena infinita di colpi di Stato militari che fino alle rivolte del 2010-2011 si sono avuti gli avvicendamenti al potere nella regione;
  4. fino alla Rivoluzione iraniana del 1979, del modello di Stato occidentale è stato sussunto anche il carattere secolare. Fatta eccezione per l’Arabia Saudita e i piccoli emirati del Golfo Persico, secolarismo ha significato innanzitutto una volontà esplicita di rottura con califfati e imperi il cui segno dominante era stato certamente l’Islam. Perlomeno fino al 1967, anno dell’ennesima sconfitta dei paesi arabi nella Guerra di Sei giorni con Israele, soprattutto nelle repubbliche l’Islam è stato considerato dai regimi in carica come un fattore frenante lo sviluppo sociale ed economico, in base ad un pregiudizio che Edward Said non avrebbe avuto remore a definire orientalista. In realtà, per regimi di natura militare e di impianto autoritario, l’Islam ha sempre rappresentato una duplice minaccia: per la legittimazione degli stessi autocrati che si erano imposti alla popolazione (l’Islam è quietista ma giustifica la ribellione al governante se questi non agisce per il bene dei mussulmani) e perché le associazioni islamiche sono sempre state le uniche capaci di mobilitare le masse e, dunque, all’occorrenza di scagliarle contro il dittatore di turno;
  5. fin dalla loro nascita, infine, gli Stati mediorientali, in questo caso monarchie e repubbliche in maniera indistinta, hanno appiattito la loro funzione sull’imperativo dello sviluppo economico in una rincorsa al progresso e al benessere di stampo occidentale che ricorda ancora, come un’onda lunga, quella dell’Impero ottomano all’epoca delle Tanzimat. Indistintamente poi, di nuovo in monarchie e repubbliche, è stato adottato un modello di pianificazione centrale dell’economia anche in paesi di provata fede occidentale come le petrol-monarchie del Golfo;
  6. in tutto questo far riferimento all’Occidente non dobbiamo sottovalutare la capacità innovativa del Medio Oriente in merito alla forma Stato. Ci riferiamo a due fenomeni in particolare: quell’esperimento unico nel suo genere che si chiama Repubblica islamica di Iran da una parte e dall’altra la forma tipicamente mediorientale di Stato patrimonialistico o rentier State.

Un’ultima considerazione: sia nella fase dell’imitazione, sia nella fase della reinterpretazione che in quella di negazione del modello occidentale di Stato (inaugurato dalla Rivoluzione iraniana del 1979), l’Occidente è sempre stato un termine di paragone e di confronto imprescindibile, che si trattasse della Gran Bretagna o della Francia fino agli anni Cinquanta del Novecento, o degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica dalla crisi di Suez del 1956 in poi. Questo non significa che, soprattutto a livello popolare, l’Occidente non sia stato percepito come un agente e un fattore di instabilità: responsabile della nascita dello Stato di Israele nel 1948; della guerra fredda; di conflitti a sfondo energetico (il golpe ai danni di Mossadeq in Iran nel 1953 o l’operazione Iraqi Freedom nel 2003).

Ad alimentare questa percezione hanno indubbiamente contribuitole teorie complottistiche dei regimi autocratici, la propaganda e la censura degli stessi regimi, rigurgiti di fondamentalismo islamico, soprattutto dopo la Rivoluzione iraniana, fino a che le popolazioni del Medio Oriente non sono state parzialmente liberate dalla rivoluzione elettronica di Facebook e Twitter che ha fornito ai nuovi protagonisti della scena mediorientale, i giovani, gli strumenti per conoscere più da vicino la realtà dell’Occidente, la natura della democrazia e il valore della libertà d’espressione.

da M. Emiliani, Medio Oriente. Una storia dal 1918 al 1991, Laterza.