Libia

LIBIA

L’ OCCUPAZIONE ITALIANA

La Libia contemporanea è un tipico esempio di costruzione coloniale. Prima della conquista italiana essa consisteva nelle province ottomane della Tripolitana ad occidente, della Cirenaica ad oriente (separate dal deserto della Sirtica) e dalla regione sahariana del Fezzan, interamente sottomesse alla Sublime Porta a partire dal 1860 .

L’interesse italiano si orientò  verso  queste province ottomane dopo l’occupazione francese della Tunisia. L’invasione venne progettata dal 1884 ma fu solo all’inizio del Novecento che l’Italia gettò le basi per l’occupazione attraverso l’attività diplomatica e le iniziative economiche nella regione. L’impresa coloniale fu preparata da una grande opera di propaganda, sostenuta anche da intellettuali come Gabriele D’Annunzio e Giovanni Pascoli che raffigurava la Libia come una terra ricca, fertile e in grado di accogliere l’eccedenza demografica italiana. Il 28 settembre 1911 il governo italiano presieduto da Giovanni Giolitti presentò all’Impero ottomano un ultimatum, il 3 ottobre avviò le operazioni militari e il 5 novembre  dichiarò unilateralmente la sovranità italiana sulla Tripolitania e sulla Cirenaica.

All’inizio della guerra, le forze ottomane erano nettamente inferiori rispetto a quelle italiane e la conquista sembrava piuttosto facile anche in virtù della convinzione, da parte italiana, di avere l’appoggio delle tribù libiche. La rivolta degli arabi che il 23 ottobre attaccarono le posizioni italiane vicino all’oasi di Shari’ al-Shatt in Tripolitania, segnò l’avvio della resistenza libica che continuò senza interruzioni fino al 1931. Al fianco della guarnigione turca si formò così una sorta di armata libica  parallela, sorretta dai capi dei diversi raggruppamenti tribali e articolata in varie mehalla (colonna). Venne a costituirsi un fronte unitario contro l’occupazione italiana, anche se le finalità politiche delle  sue componenti non erano coincidenti: per gli arabi si trattava di battersi per una sopravvivenza comunitaria della Tripolitania non necessariamente inserita nella compagine ottomana; per i turchi l’obbiettivo era invece la difesa dell’integrità dell’Impero e l’affermazione del progetto di rinascita nazionale. Il governo italiano, al fine di evitare un eccessivo prolungarsi della guerra, decise di estendere lo scenario del conflitto.
Tra giugno e agosto i successi italiani si moltiplicano,  tanto che l’intero litorale libico, esclusa la Sirtica, cadde sotto controllo italiano.
Il deteriorarsi della situazione balcanica, con il conseguente profilarsi di un conflitto, convinse il governo turco a sottoscrivere l’intesa che poneva fine alla guerra (Trattato di Ouchy 18 ottobre 1912). Fu un accordo ambiguo:  la Sublime Porta non sanciva esplicitamente la sovranità italiana sulla  Cirenaica e sulla Tripolitania ma si limitava a concedere piena autonomia alle due regioni.

Dopo la pace di Ouchy, che promuoveva l’Italia al rango di potenza coloniale, venne istituito un ministero delle colonie cui spettò la regolamentazione dell’amministrazione dei territori occupati. Tripolitania e Cirenaica furono organizzate in due colonie separate, dotate ciascuna di un governatore.  La politica coloniale si attuò in modo diverso nelle due colonie: in Tripolitania si cercò la collaborazione dei capi tradizionali parallelamente alla repressione delle rivolte; in Cirenaica l’interlocutore privilegiato fu la Senussia .
La Senussia  era una confraternita religiosa che prende il nome dal suo fondatore  as-Sanusi  che predicava il ritorno a una religiosità più pura. A partire dalla metà dell’Ottocento, in Cirenaica, era sorta una rete di piccoli centri religiosi senussiti (zawaya) con l’obiettivo di attrarre le tribù locali. In una regione abitata solo da tribù nomadi questi centri religiosi divennero importanti punti di riferimento che fornivano una rudimentale struttura di governo riscuotendo tasse, offrendo servizi sociali e mantenendo la pace tra le tribù. Per questo la Senussia costituì il nucleo più rilevante della resistenza all’occupazione italiana.

Lo scoppio della prima guerra mondiale diede nuovo impulso alla resistenza e,alla fine del conflitto, il controllo italiano si  era ridotto alle aree costiere. La politica coloniale si orientò allora verso la collaborazione con la popolazione. Vennero promulgati nel 1919 degli Statuti che prevedevano la partecipazione della popolazione all’amministrazione coloniale. In realtà in Tripolitania – dove nel 1918 ufficiali ottomani e notabili locali avevano dato vita alla Repubblica tripolitana – essi non vennero effettivamente applicati mentre in Cirenaica la forza contrattuale della Senussia condusse ad una serie di accordi nel 1917 e nel 1920 secondo i quali la Senussia avrebbe optato per la stabilizzazione della propria influenza in Cirenaica, abbandonando ogni prospettiva di lotta su scala libica. L’Italia riconosceva formalmente il potere politico della confraternita nelle aree interne mentre le autorità coloniali italiane avrebbero controllato la zona costiera.

L’ascesa del fascismo (ottobre 1922) segnò l’abbandono della politica di conciliazione e la ripresa dell’occupazione militare dei territori. La Tripolitania fu riconquistata rapidamente mentre in Cirenaica, dopo la cancellazione degli accordi con la Senussia nel 1923, la conquista incontrò una accanita resistenza che durò fino al 1931. L’atto simbolicamente conclusivo fu l’impiccagione di ‘Umar al-Mukhtar guida della resistenza fin dal 1923. La repressione colpì l’intera popolazione con la deportazione in campi di concentramento.
Dal gennaio 1934 l’organizzazione dei territori riconquistati fu affidata al maresciallo Italo Balbo che procedette alla unificazione delle due regioni in un’unica colonia denominata Libia. Si trattò però di una unificazione solo formale perché la politica coloniale continuò ad essere caratterizzata dal regionalismo.

A partire dal 1938 il governo fascista promosse una politica di insediamenti agricoli su larga scala in territorio libico. Sotto la direzione di Italo Balbo 20.000 italiani si insediarono in tenute agricole a dimensione familiare in Tripolitania e Cirenaica. Nel 1940  225.000 ettari di terreno entrarono in produzione e altri 110.000 coloni erano ormai giunti dall’Italia. La stragrande maggioranza di coloni italiani era costituita da contadini poveri e da un proletariato urbano cui si offriva la possibilità di diventare, dopo vent’anni, proprietario dei poderi  assegnati dallo Stato. La politica di colonizzazione demografica costituì una spesa ingente per l’Italia che riuscì a finanziare con difficoltà le infrastrutture necessarie all’impresa. La maggior parte della popolazione locale era esclusa sistematicamente dalla vita economica o vi poteva partecipare solo ai livelli più bassi. Oltre 14.000 libici vivevano ormai in esilio e in Cirenaica, per esempio, l’indebolimento del potere della Senussia come forza organizzativa e politica aveva disarticolato il tessuto sociale tradizionale.

L’impatto che la popolazione libica ebbe con i meccanismi dello stato moderno si tradusse nella percezione di un potere autoritario e dispotico diretto a sottometterli e spogliarli dei loro beni. Al confronto la tradizionale società tribale appariva un modello di comunità egualitaria alla quale era auspicabile tornare. L’oppressione coloniale non spinse,dunque, la popolazione ad immaginare nuove forme di aggregazione politica capaci di superare il regionalismo  o il legame familiare e religioso : le prime rivendicazioni nazionalistiche vennero invece dalle comunità libiche in esilio, nelle cui associazioni cominciava a farsi strada l’idea di un futuro unitario e indipendente per il loro paese.

L’ INDIPENDENZA E LA MONARCHIA SENUSSITA

La seconda guerra mondiale ,che vide anche la Libia come teatro  delle operazioni, avrebbe potuto offrire l’occasione propizia per una lotta di liberazione ma  gli esuli della Tripolitania  rifiutavano  di sostenere la Gran Bretagna  come invece auspicavano i gruppi della Cirenaica , soprattutto Idris al Senussi che organizzò tra gli esuli alcuni battaglioni che operarono sotto il comando britannico.

Nel 1943 gli Inglesi occuparono la Tripolitania e la Cirenaica,i Francesi il Fezzan :l’imminente sconfitta dell’Italia riaprì tra gli esuli il dibattito sul futuro della Libia. Nel 1947, a guerra finita, in Tripolitania nacquero alcune formazioni politiche, accomunate dall’obiettivo dell’indipendenza ma profondamente divise sulla sua attuazione. Una parte era disposta ad accettare Idris al- Sanussi come emiro dell’intera Libia, altri miravano decisamente ad una repubblica democratica e non era esclusa neppure l’ipotesi di un mandato straniero. In Cirenaica, invece, suscitava scarso seguito l’idea di un’unione con la Tripolitania e l’unica linea politica era rappresentata da Idris as Senussi.

La proclamazione del Regno unito di Libia ad opera di re Idris avvenne il 24 dicembre del 1951 e non dipese dalla volontà delle formazioni libiche ma  fu il risultato della difficoltà di stabilire a quale delle potenze vincitrici assegnare il controllo di una regione che appariva importante per i futuri equilibri della Guerra fredda. Un’amministrazione fiduciaria dell’ONU,d’altra parte,avrebbe reso impossibile l’installazione di basi militari straniere che costituirono invece,per la monarchia di re Idris, la contropartita dei massicci aiuti occidentali,essenziali in un paese che aveva un reddito pro-capite di 25 dollari l’anno, un’elevatissima disoccupazione, un tasso di mortalità infantile del 40%  e un tasso di analfabetismo del 95%.

La nuova Libia indipendente e unitaria mantenne due capitali (Tripoli e Bengasi),adottò una Costituzione federale che  lasciava ampi poteri alle province e disegnava un potere centrale debole,privo di istituzioni capaci di promuovere una comune identità politica. Nel 1952 si tennero le prime elezioni generali per il Parlamento ma subito dopo i partiti politici vengono proibiti. In un tale assetto le grandi famiglie ,prima fra tutte quella dei Senussi, continuarono a costituire il fulcro del sistema politico mentre la monarchia limitava la sua azione alla distribuzione delle entrate che affluivano nel Paese, contribuendo così a rafforzare  le divisioni localistiche. Dipendente dalle potenze occidentali, priva di una base sociale e di una prospettiva politica, la monarchia di re Idris , che si sentiva più un capo religioso che un capo di governo ed era solo in teoria un potere unificatore super partes, non resse all’impatto della ricchezza petrolifera e del nazionalismo arabo.

La scoperta del petrolio nel 1959 e l’inizio della produzione nel 1960 impose la creazione di istituzioni statali e di apparati sempre più complessi. La prima legge petrolifera risaliva al 1955 ed era volta a garantire al paese royalties adeguate sfruttando la competitività tra le compagnie petrolifere grandi e piccole. L’assegnazione delle concessioni nelle diverse aree del Paese suscitò forti contrasti tra province e governo centrale e ciò spinse il Parlamento ad emendare la Costituzione,abolendo nel 1963, la forma federale. Venne creata la Lybian National Oil Company ,cioè la società petrolifera nazionale con cui le multinazionali straniere dovevano entrare in joint venture. I nuovi organismi favorirono l’emergere di una borghesia urbana,in gran parte proveniente dalla Tripolitania e l’industria petrolifera provocò un processo di urbanizzazione anche in Cirenaica.  Gli introiti petroliferi erano gestiti direttamente dal centro,cioè dalla monarchia,  che provvedeva a redistribuirli nel modo ritenuto più equo. Ciò implicò una sorta di mutazione genetica della rete di rapporti tra il re e le confederazioni tribali i cui sceicchi si trasformarono rapidamente in moderni referenti di un sistema clientelare in cui lo Stato centralizzato assumeva il ruolo di patrono elargitore della nuova ricchezza.

LA LIBIA DI GHEDDAFI

Il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione negli anni 60  portò nella realtà urbanizzata della Tripolitania ad una nuova richiesta di partecipazione politica, anche per l’influsso del grande fermento che attraversava il mondo arabo in quei decenni.

Il primo settembre 1969 un colpo di Stato attuato dai Liberi ufficiali libici spazzò via la monarchia senza che i tradizionali sostenitori di re Idris intervenissero a difenderla in alcun modo. Una settimana dopo venne resa nota la creazione di un Consiglio del comando della rivoluzione,presieduto da uno sconosciuto capitano Muammar Gheddafi.

 Muammar Gheddafi nacque (presubilmente) il 7 giugno 1942 nei pressi di Sirte da una assai numerosa famiglia nomade  di beduini che viveva di pastorizia spostandosi tra la Tripolitania e l’arida zona del Fezzan. L’infanzia di Gheddafi fu funestata ne l 1948 dall’esplosione di un mina che portò alla morte di due suoi cugini. Egli stesso venne ferito ad un braccio: l’episodio contribuì a far maturare in lui  un profondo odio verso le potenze europee ,come l’Italia e la Gran Bretagna,  che durante la guerra nel nord Africa tra il 1941 e il 1943 avevano disseminato di mine gran parte del deserto libico.

Tra il 1956 e il 1961, frequentò una scuola coranica a Sebha  da cui fu poi allontanato a causa delle sue  idee politiche di matrice panaraba e rivoluzionaria, ispirate allo statista egiziano Nasser. In seguito egli entrò  nell’ accademia militare di Bengasi, dove incontrò alcuni dei futuri membri del suo governo come Jallud, che sarà a lungo l’uomo più influente del regime,dopo Gheddafi. Terminato il periodo di formazione militare che comprese anche alcuni viaggi di specializzazione in Inghilterra, rientrò in Libia nel 1967 dedicandosi fin da questo momento all’organizzazione del colpo di stato, organizzando una rete cospirativa con altri ufficiali dell’esercito che presero il nome di «Ufficiali Liberi». I golpisti appartenevano tutti ai ranghi medio- bassi dell’esercito e, al di là della grande ammirazione per Nasser,non possedevano riferimenti ideologici coerenti. Il loro intento principale era  rompere con il passato coloniale e monarchico e perciò abolirono  tutte le istituzioni create dalla monarchia .Il Consiglio del comando della rivoluzione costituì la massima autorità politica , i militari sostituirono i civili al governo e furono estromesse le élites della Cirenaica . In sintonia con il rifiuto di ogni ingerenza occidentale vennero chiuse le basi americane e britanniche e nel 1970 la comunità italiana ancora residente in Libia venne espulsa.

 Nel 1973 il nuovo governo aveva consolidato la propria autorità ma non aveva costruito una vera struttura istituzionale. Soprattutto, aveva fallito nel tentativo,(affidato ad un unico partito, l’ Unione araba socialista,fondato appositamente) di mobilitare la popolazione a supporto della “ rivoluzione”. Intanto la collegialità del Consiglio della rivoluzione lasciava il posto all’affermazione del potere di Gheddafi che nel  1974 lasciò a Jalloud il ruolo di capo dello stato , conservò per sé il comando delle forze armate e assunse il titolo di “guida della Rivoluzione”. L’enorme afflusso delle entrate petrolifere ( 95 miliardi di dollari  in poco in un decennio)  consentì a Gheddafi di assumere una serie di iniziative economiche e politiche dirette a realizzare la sua Jamahiriyya, un modello di società egualitaria e partecipativa, distante dal modello occidentale,  alternativa  al capitalismo e al comunismo in cui i cittadini avrebbero governato direttamente il proprio Paese ,senza meccanismi burocratici e politici. Tale modello di società senza Stato venne codificato da Gheddafi  nella Terza teoria universale ( il Libro verde). Nel 1977 la Libia venne  ribattezzata con il nome di Jamahiriya socialista araba libica del popolo..

Le  enormi risorse petrolifere  furono  utilizzate per finanziare i nuovi organismi, creare servizi alla popolazione ma anche  per potenziare l’esercito e sostenere il disegno politico di un’unità panaraba  gravitante  intorno alla Libia. Negli anni 80 l’intransigente opposizione agli accordi di Camp David ( oltre alla nazionalizzazione delle compagnie petrolifere) fece diventare Gheddafi uno dei peggiori avversari degli USA, che lo accusavano di alimentare il terrorismo internazionale e di essere un pericoloso fattore di destabilizzazione in Medio Oriente. Lo scontro tra il presidente statunitense Reagan e Gheddafi si concluse con il bombardamento americano di Tripoli e Bengasi il 15 Aprile 1986 in risposta a tre sanguinosi attentati in Europa. L’attacco americano, che intendeva destabilizzare il regime, consentì invece a Gheddafi di compattare intorno a sé l’opinione pubblica libica atteggiandosi a martire dell’imperialismo americano. Nel contempo ingenti risorse vennero orientate a ristrutturare ed espandere gli apparati di sicurezza cosicché, alla fine degli anni 80, il regime libico si trasformò in una delle peggiori dittature del Medio Oriente. Nel 1992, in seguito alle accuse anglo americane per l’attentato di Lockerbie del 1988, l’ ONU impose alla Libia sanzioni durissime che colpivano soprattutto l’industria petrolifera e, più in generale, portarono all’isolamento internazionale. Solo alla fine degli anni novanta si profilò il ritiro delle sanzioni,a fronte della consegna, da parte della Libia, degli imputati dell’attentato di Lockerbie. Nel nuovo scenario internazionale, apertosi dopo l’attacco alle Torri gemelle, Gheddafi si presentò come un baluardo contro la diffusione del terrorismo islamista e il nuovo corso della politica estera libica culminò nella riapertura delle relazioni diplomatiche con gli Usa (2004) e nel trattato di amicizia con l’Italia (2008).  La stabilizzazione dei rapporti internazionali non corrispose  a processi di democratizzazione interna e la redistribuzione clientelare delle rendite   contribuì ad aggravare divisioni interne al paese.

Nel febbraio del 2011 si verificarono a Bengasi duri scontri tra manifestanti e forze di polizia che provocarono molti morti. In poco tempo la rivolta si estese anche a Tripoli, dove gli insorti diedero alle fiamme edifici pubblici. Iniziò da qui una escalation di violenze e repressione che  la comunità internazionale decise di non ignorare. Il 17 marzo 2011 l’ONU approvò la risoluzione 1973 con la  quale autorizzava,di fatto, l’intervento militare europeo e statunitense contro il governo libico. L’ intervento dei paesi  Nato accanto ai ribelli spostò inevitabilmente le sorti dello scontro a favore degli insorti che si impadronirono della capitale il 21 agosto. Il 20 ottobre, con il supporto dei raid occidentali,  Gheddafi  fu catturato e ucciso.

La caduta del regime e l’uccisione del suo indiscusso leader, lungi da costituire la premessa di una rinascita per la Libia ha segnato il collasso del sistema e dissolto il paese in una molteplicità di centri di potere in conflitto.

LIBIA (cronologia)
  • 1943 Sconfitta delle truppe italiane e tedesche: ciò sancisce la fine del dominio italiano in Libia
  • 1947 Accordi riguardanti la spartizione della Libia tra le potenze vincitrici
  • 1951 La Libia viene riconosciuta come monarchia costituzionale, presieduta dal re Idris (Regno di Libia)
  • 1969 Colpo di Stato da parte di Gheddafi
  • 1975-1976 Pubblicazione del “Libro Verde” e affermazione della “Jamahiriya”, cioè la Repubblica Socialista Popolare Libica
  • 1986 Bombardamento di Tripoli ad opera degli Americani e crisi dei missili di Lampedusa
  • 1988: Attentato di Lockerbie
  • 1992 Inizio dell’ Embargo della Libia da parte dell’ONU
  • 1999 Fine dell’Embargo e riammissione della Libia nella comunità internazionale
  • 2008 Trattato di amicizia tra Italia e Libia
  • 2010 Gheddafi presidente dell’ Unione Africana
  • 2011 Caduta del regime di Gheddafi e attuale caos politico
Gheddafi e lutilizzo dellIslam in Libia

 Il gruppo di giovani militari che prese il potere in Libia con il colpo di Stato del 1 Settembre 1969 era composto in gran parte da uomini originari di tribù e di famiglie povere del deserto, appartenenti alle classi sociali che non avevano avuto alcun beneficio dalla scoperta e dalla commercializzazione del petrolio. Anche il ventisettenne capitano Mu’ammar Gheddafi, proveniva da una famiglia povera di beduini del deserto della Sirtica.

La matrice del primo Consiglio del comando rivoluzionario era essenzialmente laica, (nonostante l’ orientamento conservatore delle convinzioni religiose dei suoi membri) e il primo problema che il nuovo governo dovette affrontare fu quello di ottenere una legittimazione soprattutto presso le tribù e gli strati più tradizionalisti della popolazione. Nel perseguire questo intento Gheddafi si appellò, fin dall’inizio, non solo al panarabismo ma anche all’Islam al quale attribuiva una funzione fondamentale nella costruzione dell’unità e dell’identità del nuovo Stato libico. Nella Costituzione provvisoria, varata nel Dicembre del 1969, l’art. 2 del capo I si esprime così: “L’Islam è la religione ufficiale dello Stato” e, di conseguenza, il Corano diventa il libro fondamentale che “contiene tutti i precetti necessari per edificare una società e uno Stato moderni”.

Il richiamo ai principi dell’Islam mirava anche a neutralizzare l’opposizione delle organizzazioni islamiche (le uniche forme associative effettivamente radicate nel tessuto sociale), sottomettere le autorità religiose al potere politico e ottenere il controllo della popolazione.

Gheddafi aveva infatti promosso una nuova islamizzazione del diritto, con l’abrogazione di leggi e regolamenti varati durante il Regno di Libia, che erano stati introdotti per compiacere le potenze occidentali.  Dopo la rivoluzione culturale del Libro verde “per combattere lo spirito demagogico e le influenze culturali straniere”, il leader proclamò la sospensione del sistema legale in vigore e si spinse ancora più avanti nella sua interpretazione dell’Islam: negando ogni valore alle leggi religiose custodite dagli ulema, affermò che solo il Corano, parola rivelata ed eterna, sarebbe stato la fonte del diritto, nonché legge fondamentale della società libica.

Le posizioni di Gheddafi furono giudicate eretiche dagli ‘ulama in Libia e dai Fratelli mussulmani in altri paesi islamici. I Fratelli musulmani, a loro volta annoverati tra gli eretici dallo stesso Gheddafi, furono fortemente osteggiati sin dalla proclamazione della Repubblica Araba Libica e furono costretti a sciogliere la loro organizzazione agli inizi degli anni 80.

Coerentemente con il suo atteggiamento intransigente e intollerante verso gli oppositori, Gheddafi passò presto dalle parole ai fatti e identificò come “reazionari nel nome dell’Islam” tutti coloro che volevano un’applicazione della legge islamica nel modo tradizionale, spesso in contrasto con i diritti e i doveri che il colonnello intendeva affermare nella rinnovata società libica. Gheddafi sostenne sempre che la rivoluzione aveva ripristinato il vero islam, ma nei fatti la Jamahiriyya rompeva con il diritto islamico e la consuetudine e attuava politiche secolari profondamente avversate dalle formazioni islamiste sulle quali, negli anni 90,si abbatté una violentissima repressione.

L’economia nella Libia di Gheddafi

Sebbene il settore degli idrocarburi abbia permesso alla Libia di disporre di ingenti entrate, la struttura economica, pesantemente dipendente dalla produzione e dall’esportazione di petrolio e gas, è rimasta fragile.

La vasta superficie desertica, le condizioni climatiche estreme e i terreni aridi hanno limitato il potenziale sviluppo del settore agricolo. Il debole tessuto industriale ha inoltre limitato la produzione manifatturiera e la capacità di esportazione di prodotti industriali e semi-industriali.

Il settore dei servizi, che include il settore finanziario e il turismo, è rimasto sottosviluppato, indicando sia una sfida nello sviluppo economico sia un’opportunità di potenziali investimenti in questo mercato intatto. 

Il settore energetico libico costituisce il 60% del PIL, il 97% delle entrate derivanti dall’estero e il 93% delle entrate del governo. Come risultato di questo alto grado di dipendenza, la produzione e le oscillazioni prezzo del petrolio determinano l’andamento economico. Come nella maggior parte dei rentier States, un ente governativo, la National Oil Corporation, è responsabile della gestione della produzione e dell’esportazione di petrolio.

Durante i 43 anni di regime autocratrico di Muammar-al-Qaddafi (1969-2011), il Governo ha esercitato un forte controllo sull’economia e ha assicurato la supremazia del settore pubblico su quello privato.  La linea politica di Qaddafi, influenzata dal nazionalismo e socialismo arabi, ha segnato profondamente la natura e la struttura dell’economia, socialista e centralizzata. Un tale controllo sull’economia libica ha limitato lo svilupppo del settore privato e distorto la funzione del mercato per decenni. Gli interventi del governo negli affari economici sono iniziati nel 1970 con la nazionalizzazione della distribuzione e della vendita del petrolio, seguita dall’acquisizione dei beni (assets) della British Petroleum nell’anno seguente. Nel 1978 il governo iniziò a nazionalizzare le imprese locali. Nel Marzo del 1981 le licenze di negozi di abbigliamento, prodotti elettronici, scarpe, prodotti per la casa e pezzi di ricambio vennero ritirate e l’intero settore della vendita al dettaglio passò sotto il controllo dello stato.  Questo portò alla fine del settore privato, completamente abolito alla fine del 1981 con l’istituzione dei Comitati economici popolari. Questa condizione si mantenne fino alla fine degli anni 80 quando l’impatto delle sanzioni internazionali contro il regime di Qaddafi, sulla catena dei supermercati statali spesso faceva mancare molti beni di prima necessità, favorendo anche lo sviluppo di un fiorente mercato nero. A partire dal 1988 Qaddafi introdusse perciò una serie di misure di liberalizzazione economica e politica, che permettevano gli investimenti privati ed erano orientate verso la creazione di un’economia mista

Furono misure inefficaci dal momento che il governo non allentò affatto il suo saldo controllo sull’economia e anzi, con un completo rovesciamento della linea politica nel 1996, istituì dei “comitati di purificazione “ con il compito di restaurare gli ideali della rivoluzione.

 Un nuovo programma di liberalizzazione economica, avviato nel 2003, non ha scalfito il ruolo del governo che è rimasto il principale motore dell’occupazione e della crescita economica: nemmeno la privatizzazione di 360 compagnie di stato in diversi settori come quello metallurgico, agricolo e petrolchimico e i numerosi provvedimenti degli anni successivi, volti a favorire l’iniziativa privata e i consumi, sono stati in grado di incidere sugli squilibri del sistema.