La situazione italiana tra fine ottocento e novecento

LA SITUAZIONE ITALIANA TRA FINE OTTOCENTO E NOVECENTO: L’AZZERAMENTO DEL SALDO NEGATIVO

L’Italia, dal periodo post-unitario fino agli anni sessanta del secolo successivo, è stato un paese dal quale sono partiti imponenti flussi migratori in uscita. Se si considera la storia della migrazione italiana del secolo appena concluso, si possono distinguere movimenti di popolazione all’interno dei confini nazionali, che interessarono migliaia di meridionali che dal Sud si spostarono verso il Nord; e movimenti di popolazione diretta verso il Nord Europa, in particolare Germania, Belgio e Olanda,  paesi che, a seguito delle gravi perdite in termini umani della componente maschile a causa del II conflitto mondiale, richiesero mano d’opera maschile a basso costo da impiegare soprattutto nel settore industriale e minerario.

Una parte residuale dei flussi migratori si indirizzò verso l’Australia, paese che accolse manodopera europea con un meccanismo di ingresso che agevolava i lavoratori bianchi a scapito dei colored.

Il flusso migratorio più consistente che il nostro paese ha sopportato rimanda però alla fine dell’Ottocento, e primi decenni del Novecento quando, secondo le stime più accreditate, tra il 1907 e il 1914 ogni anno lasciarono il territorio italiano 630.000 persone dirette in prevalenza oltre-oceano, in particolare Nord e Sud America.

Con questo non si sostiene che in Italia non fossero presenti degli stranieri; secondo le statistiche ufficiali nel 1861 si conta che questi ultimi ammontassero a 88.639 unità, corrispondenti allo 0,4% della popolazione totale; così come è attestata la presenza di stranieri, spesso cittadini delle colonie italiane, che in modo più o meno stabile si portavano per motivi di lavoro nella penisola.

Poiché però il flusso di popolazione in uscita era maggiore di quello in ingresso, il saldo migratorio italiano si attestava sempre su valori negativi.

Negli anni Trenta l’Italia accoglie rifugiati russi, albanesi, ungheresi, armeni ed ebrei tedeschi (accolti tra il 1933 e il 1938, quando l’approvazione delle leggi razziali andò a modificare la situazione).

Nell’immediato dopoguerra si assistette a flussi migratori postcoloniali e di ritorno. I primi furono costituiti  da coloni, personale amministrativo e militare che rientravano nella madrepatria dopo la cessione definitiva delle colonie della Libia, dell’Eritrea, della Somalia e dell’ Etiopia. Si calcola che tra il 1940 e il 1960 tra i 550.000 e  gli 850.000 italiani siano rientrati dalle ex-colonie e dal resto dell’Africa.

I secondi invece riguardarono gli italiani immigrati, o loro discendenti, che rientravano e entravano per la prima volta nel territorio italiano.

Lo scenario è cominciato a cambiare a partire dagli anni Settanta e nel decennio successivo, quando si è iniziato a registrare, con una certa frequenza e costanza, l’arrivo nel territorio italiano di immigrati extra-comunitari, provenienti in particolare dal Nord-Africa, Corno d’Africa e dal Subcontinente indiano. Significativo, in termini numerici, è stato l’arrivo di migranti marocchini che, dai primissimi anni Ottanta, è diventata l’etnia maggiormente presente nel nostro territorio, seguito da altre etnie del nord, centro e Africa occidentale.

I dati del XII censimento della popolazione del 1981 hanno evidenziato l’azzeramento del saldo migratorio, mentre quelli successivi documentano la crescita progressiva del saldo migratorio su valori positivi; e la riduzione dei flussi migratori di locali in uscita. Tali risultati si possono in parte spiegare con lo sviluppo dell’area del Nord-Est del territorio italiano, che nella fase definita post-industriale ha prodotto la terziarizzazione dell’economia e la diffusione di un mercato sommerso che ha favorito la crescita di interstizi occupazionali colmati inizialmente dagli italiani e ora sempre più dagli immigrati.