Israele

ISRAELE

Dopo la prima guerra mondiale la Palestina divenne un mandato britannico e tale rimase anche fino alla fine della seconda guerra mondiale.

Nel 1945 era abitata da circa 1200000 arabi e da poco più di mezzo milione di ebrei provenienti dall’Europa in una serie di ondate migratorie a partire dal 1881. La prima di queste ondate proveniva dalla Russia in seguito ai pogrom seguiti all’assassinio dello zar Alessandro II. Gli ebrei orientali che si diressero nell’impero ottomano furono poco numerosi mentre la maggior parte (circa due milioni) si diresse dapprima in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti. Questa massiccia emigrazione ebbe un’importanza fondamentale nella nascita del sionismo.

Fu proprio il Congresso sionista  ad organizzare la seconda aliya (1904-1914) verso la Palestina: fra i 35000 ebrei russi e polacchi si trovano i  futuri  padri della patria che portarono con sé anche le idee socialiste cui saranno ispirate le nuove istituzioni dell’insediamento agricolo nella terra promessa. In Palestina essi acquistarono a caro prezzo dei terreni ingrati e si improvvisarono agricoltori. Acquisto dei terreni e insediamento furono fin dal principio le condizioni della formazione dello stato nazionale ebraico prefigurato dal sionismo.

Nel 1901 venne creata l’Organizzazione Sionistica per l’Acquisto del Suolo (KKL) un fondo nazionale che costituisce la prima istituzione sionista realizzatrice del cosiddetto Yishuv (focolare nazionale ebraico).

Lavoro agricolo e possesso della terra erano sempre stati proibiti agli ebrei in Europa perciò essi divennero lo strumento migliore per favorire la nascita dell’ebreo nuovo protagonista del proprio destino. Per tutta la durata del mandato britannico, che aveva fatto proprio l’impegno della dichiarazione Balfour del 1917, lo Yishuv si era dotato di organismi di coordinamento in ambito economico, sociale, e di difesa. In particolare l’Histadrut (Federazione generale del lavoro) fondata nel 1920 forniva i servizi tipici di uno Stato (istruzione, sanità, impiego, sport, tempo libero, autodifesa).

Nel corso della seconda guerra mondiale l’Yishuv si schierò a fianco della Gran Bretagna ma sul finire della guerra si profilarono delle frizioni a causa delle restrizioni all’immigrazione ebraica imposte dalla potenza mandataria proprio nel momento più drammatico della Shoah.

Quando il 14 febbraio del 1947 la Gran Bretagna restituì la Palestina alle Nazioni Unite venne istituita una commissione proprio per risolvere il problema dei profughi sopravvissuti ai campi nazisti. Ciò implicò la definizione del destino della Palestina.

Il 29 novembre 1947 venne approvato dall’Assemblea Generale dell’Onu, con la risoluzione n.181, il piano di spartizione che prevedeva la divisione del territorio in due stati: uno ebraico e uno arabo-palestinese.

La risoluzione venne rifiutata dai palestinesi e dai leader arabi. Il leader dello Yishuv, David Ben Gurion, dichiarò unilateralmente la nascita dello Stato di Israele il 14 maggio del 1948. Quella stessa notte gli eserciti arabi invasero il nuovo Stato dando avvio al conflitto arabo-israeliano che costituirà il motore politico delle vicende mediorientali dei successivi cinquant’anni.

Gli eserciti di Egitto, Siria, Giordania, Libano e Iraq furono sconfitti. Le operazioni militari consentirono alle forze israeliane di assumere il controllo di un territorio ben più vasto di quello previsto nel piano del 1947. Fu l’inizio dell’esodo palestinese, principale fattore d’instabilità nella regione per i successivi decenni. Prima della guerra del ’48 i palestinesi presenti in Palestina erano circa 900.000, dopo il ’48 ne restarono meno di 170.000.

Gli altri si diressero verso  i paesi limitrofi, la Giordania innanzitutto che, unica fra i paesi arabi, offrì loro la cittadinanza. Altrove essi furono confinati in campi profughi nei quali vivono tuttora. L’ONU nel ’49 istituì una apposita agenzia UNRWA per i rifugiati palestinesi mentre le organizzazioni politiche palestinesi nate nel contesto dell’esilio rivendicavano il ritorno dei profughi in Palestina. Dal canto suo Israele, dopo il conflitto del ’48, confiscò le terre dei rifugiati palestinesi e le integrò nel demanio pubblico per destinarli alle attività agricole legittimando l’azione sulla base del diritto ottomano che prevedeva che le terre non coltivate per tre anni ritornassero allo stato che occupava il territorio. La sconfitta degli eserciti arabi minò la credibilità dei neonati regimi indipendenti provocando una catena di colpi di stato militari.

Nel  1956, meno di dieci anni dopo, l’esercito israeliano, segretamente d’accordo con i governi di Francia e Regno Unito, invase la penisola del Sinai con l’obiettivo di conquistare il Canale di Suez, nazionalizzato pochi mesi prima dal presidente egiziano Nasser.

L’esito della crisi fu deciso da un’intesa tra Stati Uniti e Unione Sovietica: l’ONU assunse il controllo del Sinai, Israele dovette ritirarsi entro i confini del 1949, l’Egitto non subì perdite territoriali.

La crisi di Suez segnò l’ingresso delle superpotenze nell’area. L’alleanza anglo-franco-israeliana segnò il definitivo spostamento di Israele nel campo occidentale, di cui gli Stati Uniti avevano ormai il comando. L’Unione Sovietica entrò sulla scena del Medio Oriente appoggiando l’Egitto e minacciando un proprio intervento militare.

La sicurezza dei confini rimase sempre una preoccupazione costante per Israele che avrebbe voluto aumentare la profondità strategica del territorio in difesa della fascia costiera, zona di maggior insediamento abitativo ed economico. Perciò nel 1967 il blocco degli stretti di Tiran da parte di Nasser offrì l’occasione per un’azione di forza preventiva rispetto alla politica nasseriana volta a creare un’ampia aggregazione araba ostile ad Israele.

La guerra durò sei giorni: l’esercito israeliano occupò il resto della Palestina storica (Cisgiordania strappata alla Giordania, Gaza all’Egitto, la parte araba di Gerusalemme) il Sinai egiziano e il Golan siriano. La guerra dei sei giorni mostrò inequivocabilmente che Israele era diventata una vera e propria potenza regionale.

La risoluzione n. 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che imponeva ad Israele il ritiro dai territori occupati nel conflitto, venne del tutto disattesa; diverse centinaia di migliaia di profughi del ’48 si ritrovarono sotto il controllo israeliano, altre migliaia fuggirono di nuovo verso la Giordania.

Il 6 ottobre 1973 un attacco congiunto siro-egiziano tentò di rettificare l’assetto territoriale del 1967 recuperando parte dei Territori occupati. L’attacco, sferrato durante lo Yom Kippur dapprima colse di sorpresa Israele; la controffensiva fu difficile ma Israele ebbe comunque la meglio nella decisiva battaglia del 19 ottobre sulla sponda egiziana del Canale di Suez.

Sadat accettò il cessate il fuoco proposto dall’Urss e un accordo diretto Usa-Urss rese possibile la risoluzione 338 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che imponeva il cessate il fuoco e l’apertura di negoziati sulla base della risoluzione 242 del 1967. Israele accettò a fatica di fermare la propria offensiva volta a conquistare tutto il Sinai.

Il negoziato favorito dagli americani spostò la collocazione internazionale dell’Egitto che divenne ora un interlocutore per gli Usa impegnati a contenere la presenza sovietica nell’area.

Si giunse così grazie alla mediazione degli Stati Uniti agli accordi di Camp David. Nel 1979 Egitto e Israele sottoscrissero una pace separata che prevedeva la restituzione del Sinai all’Egitto a fronte di garanzie americane e della smilitarizzazione della zona di Suez; furono accordi importanti anche se il conflitto generale nell’area non venne risolto anzi assunse dimensioni  drammatiche che coinvolsero il Libano in continue violenze (1975-1990) facendolo precipitare  nella guerra civile.

A partire dagli anni ’70 il conflitto mediorientale entra in una nuova fase: Israele non dovrà più combattere per la sopravvivenza anche se il nuovo corso della politica israeliana guidato dalle forze nazionaliste individuerà altri nemici.