Il filo della storia

Cercare di comprendere che cosa sta accadendo oggi nel Mediterraneo implica – almeno – conoscere qualcosa della storia dei Paesi che  si affacciano sulla sua sponda sudorientale.

Questo qualcosa può essere schematicamente indicato in alcuni punti essenziali.

  1. La collocazione geostrategica della regione, crocevia di tre continenti, a ridosso di una via di  traffico come il canale di Suez e di altri due passaggi chiave: lo Stretto di Bab El Mandab che controlla l’ingresso al Mar Rosso e lo Stretto di Ormuz, accesso al Golfo Persico dove si concentra il 50% delle riserve mondiali di petrolio ed un quarto di  quelle di gas naturale.
  2. Le principali vicende degli Stati artificialmente nati dalla dissoluzione dell’Impero ottomano e le loro variabili  strategie, militari o economiche,  sul piano degli schieramenti internazionali.
  3. La presenza di una entità politica come lo Stato di Israele, la cui proclamazione apre la serie delle guerre arabo-israeliane.
  4. Le tensioni esistenti all’interno dello stesso Islam.
Le eredità del colonialismo

L’assetto politico del quadrante sud-orientale del Mediterraneo nella forma a noi nota oggi è un prodotto della I guerra mondiale, ossia della spartizione dell’ultimo impero universale orientale, la Turchia ottomana, per opera delle potenze occidentali.

I nuovi stati furono il prodotto di una politica ispirata agli interessi delle potenze occidentali vincitrici (Gran Bretagna e Francia in particolare) che segmentarono diversi popoli e comunità confessionali entro i nuovi confini.

Il Trattato di Sèvres del 1920 aveva previsto, per esempio, la creazione di uno Stato armeno e di uno Stato curdo e l’assegnazione dell’area di Smirne alla Grecia. La guerra greco-turca del 1921-22 e la rivoluzione nazionalista turca ne resero impossibile l’applicazione.

Il Trattato di Losanna del 1923 divise così la comunità curda tra Turchia, Iran, Iraq e Siria mentre già dal 1920 Unione Sovietica e Turchia si erano spartite l’Armenia.

In base al trattato vennero costituiti una serie di mandati, francesi e britannici, che completarono la spartizione dell’area tra gli Stati europei che già controllavano il nord Africa prima della Grande guerra.

L’Egitto era un protettorato velato della Gran Bretagna dal 1882.  L’Algeria era francese dal 1830, la Libia  italiana dal 1911.

I numerosi fattori di instabilità e conflitto ebbero al loro centro il “tradimento” del nazionalismo arabo ad opera della Gran Bretagna.

Nel 1915 il negoziatore britannico Mac Mahon aveva promesso all’emiro dello Hijiaz la creazione di un Regno arabo sull’intera Arabia, comprese Siria, Libano, Palestina. In cambio le tribù arabe appoggiarono gli inglesi insorgendo e combattendo contro l’impero turco.

Nel 1916 l’accordo segreto Sykes-Picot tra Gran Bretagna e Francia stabilì invece le sfere d’influenza tra le due potenze, puntualmente realizzate dopo la guerra.

Nel 1917 il ministro degli esteri britannico Balfour con una dichiarazione assicurò ai Sionisti la creazione in Palestina di un focolare nazionale ebraico.

Nel 1920 la conferenza di Sanremo formalizzò gli accordi segreti Sykes-Picot.

Il quadro apparve ulteriormente complicato dal contesto dei 14 punti di Wilson in cui si proclamava il principio dell’autodeterminazione dei popoli che non venne invece per nulla applicato in Medio Oriente e in Nord Africa.

Così tutti gli anni 20 furono segnati da insurrezioni con caratteri anticolonialisti-nazionalistici in tutta l’area, cui le potenze risposero in parte con la forza, in parte promettendo concessioni di indipendenza.

Soprattutto nell’area siro-libanese la resistenza al nuovo dominio fu forte; la guerra locale contro i francesi durò fino al 1925.

Dopo la rivolta araba del 1916 Faisal aveva creato a Damasco un regno arabo (in virtù delle promesse inglesi)  a cui dovette però rinunciare perché i francesi lo rivendicarono come proprio mandato.

L’area siro-libanese venne suddivisa dalla Francia tra Libano e Siria. I drusi, comunità etnico confessionale presente tanto in Libano quanto in Siria,  si ribellarono alla potenza mandataria per tutti gli anni 30 finchè non fu promessa loro l’indipendenza. Lo scoppio della II guerra mondiale ne rimandò la realizzazione al 1946.

La Francia realizzò un dominio centralizzato e gerarchico teso alla assimilazione.

La Gran Bretagna nelle aree del suo mandato tutelò i propri interessi attraverso il controllo indiretto che si serviva delle autorità locali tradizionali per i compiti amministrativi funzionali all’esercizio del mandato.

Nel 1922 l’Egitto venne dichiarato indipendente ma la Gran Bretagna mantenne il controllo sul Canale di Suez.

DECOLONIZZAZIONE E GUERRA FREDDA

Con la fine della II guerra mondiale Francia e Gran Bretagna smantellarono i propri imperi in Asia e Africa. Con l’eccezione dell’Algeria, l’indipendenza delle regioni sottoposte a mandato non fu conquistata con le armi. I processi di decolonizzazione furono comunque condizionati dal nuovo ordine bipolare dominato dalla guerra fredda tra Usa e Urss.

Per quanto riguarda il Medio Oriente vanno tuttavia sottolineate alcune particolarità:

  • l’alleanza con l’uno o l’altro dei blocchi non fu mai definitivamente stabile;
  • la questione fin dall’inizio centrale fu la presenza di Israele sentita come una creazione delle potenze coloniali europee e dunque rifiutata come corpo estraneo (con le 4 guerre arabo-israeliane 1948,1956,1967,1973);
  • il tratto saliente fu il nazionalismo nella sua duplice connotazione localistica e panaraba.  Le nuove entità politiche indipendenti erano infatti impegnate a far nascere una nazione dal mosaico etnico confessionale di cui erano composte e, insieme, a costruire una più vasta unità del mondo arabo per far sentire il proprio peso nel contesto internazionale dominato da Usa e Urss.

Nel 1945 Egitto – Iraq – Transgiordania – Libano – Arabia Saudita – Siria (e poi lo Yemen) diedero vita alla Lega Araba, organizzazione internazionale volta a promuovere la decolonizzazione dei paesi arabi e a contrastare poi il neonato Stato di Israele.

Nel 1947 la Gran Bretagna rimise il mandato all’Onu. La risoluzione 181 approvata dall’Assemblea generale prevedeva la divisione della Palestina in due Stati, l’uno ebraico l’altro arabo palestinese. Il piano venne respinto dai paesi arabi. Mentre le truppe britanniche stavano abbandonando il paese, il 14 maggio 1948 venne unilateralmente proclamato lo Stato di Israele.

Nella notte fra il 14 e il 15 maggio 1948 gli eserciti di Egitto, Siria, Giordania, Libano e Iraq invasero Israele dando inizio al primo conflitto arabo-israeliano. Le operazioni militari consentirono alle forze israeliane di assumere il controllo di un territorio più vasto di quello previsto nel piano del 1947. Fu l’inizio dell’esodo palestinese (più di 750.000 profughi), principale fattore d’instabilità nella regione per i successivi decenni.

Nel 1956, meno di dieci anni dopo, l’esercito israeliano, segretamente d’accordo con i governi di Francia e Regno Unito, invase la penisola del Sinai con l’obiettivo di conquistare il Canale di Suez, nazionalizzato pochi mesi prima dal presidente egiziano Nasser. L’esito della crisi fu deciso da un’intesa tra Stati Uniti e Unione Sovietica: l’Onu assunse il controllo del Sinai, Israele dovette ritirarsi entro i confini del 1949, l’Egitto non subì perdite territoriali. La crisi di Suez segnò l’ingresso delle superpotenze nell’area.

L’alleanza anglo-franco-israeliana segnò il definitivo spostamento di Israele nel campo occidentale, di cui gli Stati Uniti avevano preso ormai il comando.

L’Unione Sovietica entrava sulla scena del Medio Oriente appoggiando l’Egitto e minacciando un proprio intervento militare.

Nel 1967 lo Stato d’Israele decise di rispondere con un’azione di forza (Guerra dei sei giorni) alla politica di Nasser volta a creare un’ampia aggregazione araba e a bloccare i rifornimenti petroliferi. L’esercito israeliano occupò il resto della Palestina storica (Cisgiordania, Gaza, la parte araba di Gerusalemme) il Sinai egiziano e il Golan siriano.

Morto Nasser nel 1970 la riscossa egiziana venne attuata dal nuovo presidente Sadat che promosse un comando unificato tra Egitto, Siria e Giordania e attaccò i territori conquistati da Israele nella guerra dei sei giorni.

La vittoria del conflitto andò agli israeliani, ma vennero ottenuti benefici strategici e politici sia dall’ Egitto che da Israele e il negoziato favorito dagli americani spostò la collocazione internazionale dell’Egitto che divenne un interlocutore per gli Usa, impegnati a contenere la presenza sovietica nell’area.

Si giunse così, grazie alla mediazione degli Stati Uniti, agli accordi di Camp David. Nel 1979 Egitto e Israele sottoscrissero una pace separata che prevedeva la restituzione del Sinai all’Egitto, a fronte di garanzie americane e della smilitarizzazione della zona di Suez; furono accordi importanti anche se il conflitto generale nell’area non venne risolto anzi assunse dimensioni drammatiche che coinvolsero il Libano in continue violenze (1975-1990) facendolo precipitare  nella guerra civile.

Il 1979 è un vero punto di svolta non soltanto per la firma degli accordi fra Sadat e Begin ma anche perché nello stesso anno si concentrano eventi che segneranno lo sviluppo politico della regione. Nello stesso anno avvenne infatti la rivoluzione in Iran; salì al potere in Iraq Saddam Hussein e l’esercito sovietico invase l’Afghanistan.